Brocchi e purosangue

italo_calvino
Per Italo Calvino ho una venerazione. Me lo tengo sempre accanto, in rilettura permanente e costante riscoperta. Non parlatemi di corsi di scrittura creativa, mi fanno ridere o forse anzi piangere: il genio, o c’è o non c’è, e tutto il resto è scolastica e pappagallesca imitazione. Ci si può solo riferire ai Maestri, ché confrontarsi è già un termine presuntuoso. Nello stile di Calvino c’è la perfezione del nitore e della naturalezza, tutta la levità e insieme la profondità che contrassegna lo scrittore di razza (e di cuore, ossia non solo il tecnico, seppure sublime).
Calvino, lo leggo e lo rileggo, lo studio si può dire, nel tentativo o utopia di farmene invadere fino al punto da riuscire a carpire qualche meccanismo che possa raddrizzare, magari in misura infinitesima, la pochezza del mio scrivere. Saper trovare, come lui, le parole giuste nel valore e nel numero, saper dosare come lui il quanto e il come, affinché nulla sia omesso ma nulla sovrabbondi. Saper liberare l’immaginazione senza porsi i limiti di un significato diretto e appagante, perché chi legge il significato lo sceveri da sé senza la guida saccente di qualche criterio didascalico. E saper descrivere da fuori senza torcersi nello spasimo tutto femminile dell’immedesimazione, che affligge anche me fino alla nausea. Scrivere senza catene, in totale leggerezza e insieme assoluto controllo, come fosse respirare, nuotare, dormire. E tutto questo senza raccontare scempiaggini per gettare fumo negli occhi, beninteso, e senza assecondare mode o richieste di mercato.
Guarda qua sotto come Calvino descrive un paesaggio subacqueo visto dagli occhi di un ragazzino, lo Zeffirino del racconto Pesci grandi, pesci piccoli che fa parte della raccolta Gli idilli difficili.

sub_1Il fondo dapprincipio era di sassi, poi di rocce, alcune nude e corrose, altre barbute di fitte alghe brune. Da ogni piega di scoglio, o tra le tremule barbe librate alla corrente, poteva a un tratto apparire un grosso pesce; dietro il vetro della maschera Zeffirino muoveva attento attorno gli occhi ansiosi.
Un fondo marino è bello la prima volta, quando lo si scopre: ma il più bello, come in ogni cosa, viene dopo, a impararlo tutto, bracciata per bracciata. Pare di berli, i paesaggi acquatici: si va si va e non si finirebbe mai. Il vetro della maschera è un enorme unico occhio per ingoiare le ombre e i colori. Ora lo scuro finiva e s’era fuori da quel mar di scoglio; sulla sabbia del fondo si distinguevano le sottili crespe disegnate dal muoversi del mare. I raggi del sole arrivavano fin giù con luminelli occhieggianti e luccichii di branchi di rincorri-gli-ami: minutissimi pescetti che filano diritti diritti e a un tratto svoltano ad angolo retto tutti insieme.
Si levò una piccola nuvola di sabbia ed era il colpo di coda di un sarago sul fondo. Non s’era accorto d’avere puntata contro quella fiocina. Zeffirino già nuotava immerso; e il sarago, dopo poche mosse distratte dei fianchi striati, di soprassalto filò via a mezz’acqua. Tra scogli irti di ricci il pesce e il pescatore nuotarono fino a una cala di roccia porosa e quasi nuda. “Qui non mi scappa”, pensò Zeffirino; e in quel momento il sarago sparì. Da buchi e incavi si levava un filo di bollicine d’aria, poi subito smetteva e riprendeva altrove; gli anemoni marini brillavano in attesa. Il sarago fece capolino da una tana, sparì in un’altra e sbucò subito da un pertugio distantissimo. Bordeggiò uno sperone di roccia, puntò in basso e Zeffirino vide verso il fondo una zona d’un verde luminoso. Il pesce si perdette in quella luce, e Zeffirino gli andò dietro.

E subito dopo leggi come penosamente e stiticamente è riuscito a me di tentar di descrivere qualcosa di simile in un romanzo che sto, anche quello, tentando di scrivere tra sudore, lacrime e sangue.

E’ come varcare una porta, un portone all’apparenza pesante e sprangato che invece si scosta e quasi svanisce appena ne incontro la resistenza: al di là, tutto è improvvisamente verde, vasto e misteriosamente silenzioso, una calma infinita, una carezza sontuosa tutto intorno al corpo, e barbagli d’oro che si accendono e vibrano come gioielli in una profondità senza alto né basso, senza coordinate né peso, senza – soprattutto – alcuna paura dell’ignoto, ma al contrario una sensazione di inimmaginabile sicurezza come dentro un grembo che al tempo stesso abbraccia e nasconde. È dunque così fatto, il mondo sommerso? Ma allora è infinitamente più bello, più ricco, più libero di quello di sopra, se qui i miei movimenti non pesano e nulla sembra trattenerli…

Sono sempre più convinta che il mio futuro risieda nell’ippica: piccola e leggera come sono, con me sulla groppa correrebbe come il vento anche un brocco.

Giugno 1968

un omaggio a Borges da una bibliotecaria mancata

Borges

GIUGNO 1968

Nel meriggio dorato
e in una serenità di cui il simbolo
potrebbe essere il meriggio dorato,
l’uomo dispone i libri
negli scaffali che attendono
e sente la pergamena, la pelle, la tela
e il piacere che dà
immaginare un’abitudine
e istituire un ordine.
Stevenson e l’altro scozzese, Andrew Lang,
riprenderanno qui, per virtù magica,
la lenta discussione che interruppero
gli oceani e la morte
e a Reyes certo non dispiacerà
stare accanto a Virgilio.
(Ordinare una biblioteca è
esercitare, in silenzio e modestia,
l’arte del critico.)
L’uomo, che è cieco, sa
che non potrà più decifrare
i bei volumi che tocca
e che non gli daranno aiuto a scrivere
il libro che lo giustifichi agli occhi degli altri,
ma nel meriggio che forse è dorato
sorride del suo bizzarro destino
e sente la felicità che è propriadelle vecchie cose che s’amano.

Jorge Luis Borges (da “Elogio dell’ombra”)

I vecchi

(Claudio Baglioni)

anziani

I vecchi sulle panchine dei giardini
succhiano fili d’aria e un vento di ricordi
il segno del cappello sulle teste da pulcini
i vecchi mezzi ciechi i vecchi mezzi sordi.
I vecchi che si addannano alle bocce
mattine lucide di festa che si può dormire
gli occhiali per vederci da vicino a misurar le gocce
per una malattia difficile da dire.
I vecchi tosse secca che non dormono di notte
seduti in pizzo al letto a riposare la stanchezza
si mangiano i sospiri e un po’ di mele cotte
i vecchi senza un corpo i vecchi senza una carezza.
I vecchi un po’ contadini
che nel cielo sperano e temono il cielo
voci bruciate dal fumo e dai grappini di un’osteria
i vecchi vecchie canaglie
sempre pieni di sputi e consigli
i vecchi senza più figli e questi figli che non chiamano mai.
I vecchi che portano il mangiare per i gatti
e come i gatti frugano tra i rifiuti
le ossa piene di rumori e smorfie e versi un po’ da matti
i vecchi che non sono mai cresciuti.
I vecchi anima bianca di calce in controluce
occhi annacquati dalla pioggia della vita
i vecchi soli come i pali della luce
e dover vivere fino alla morte che fatica.
I vecchi cuori di pezza
un vecchio cane e una pena al guinzaglio
confusi inciampano di tenerezza e brontolando se ne vanno via
i vecchi invecchiano piano
con una piccola busta della spesa
quelli che tornano in chiesa lasciano fuori bestemmie
e fanno pace con Dio.
I vecchi povere stelle
i vecchi povere patte sbottonate
guance raspose arrossate di mal di cuore e di nostalgia.
i vecchi sempre tra i piedi
chiusi in cucina se viene qualcuno
i vecchi che non li vuole nessuno i vecchi da buttare via.
Ma i vecchi, i vecchi, se avessi un’auto da caricarne tanti
mi piacerebbe un giorno portarli al mare
arrotolargli i pantaloni e prendermeli in braccio tutti quanti
sedia sediola, oggi si vola
e attenti a non sudare.