Céline

Celine28Mettiamo subito i puntini sulle ‘i’: Louis-Ferdinand Destouches (che si firmava Céline prendendo a prestito il nome dell’amata nonna) a molti è più noto – e quindi disprezzato – come filonazista e antisemita, come l’autore di pamphlet dai contenuti inequivocabilmente razzisti, come simpatizzante della Germania hitleriana. È in ogni caso superfluo chiarire che, nel celebrare il suo talento letterario, non intendo in alcun modo minimizzare l’abiezione morale di certe sue idee, dalle quali mi dissocio con la massima fermezza. A sua parzialissima e insufficiente discolpa va detto che la sua adesione all’ideologia nazista e antisemita sembra sia stata sempre puramente teorica, limitandosi a scritti in cui attribuisce agli ebrei la rovina del Paese e mai concretandosi in azioni di reale ostilità quali violenze, denunce o delazioni. In altre parole, non vi sarebbero prove documentali che sia mai organico al regime collaborazionista di Vichy e alla Germania, a differenza, tanto per dire, di un certo Günther Grass, premio Nobel nel 1999, che aveva militato nientemeno che nelle SS. La sua avversione verso gli ebrei rispecchiava in fondo un’opinione abbastanza diffusa del tempo, e comunque i suoi libelli antisemiti risalgono a prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, quindi a prima dell’Olocausto. In seguito ha dichiarato:

«Ci si accanisce a volermi considerare un massacratore di ebrei. Io sono un preservatore accanito di francesi e ariani, e contemporaneamente, del resto, di ebrei… Ho peccato credendo al pacifismo degli hitleriani, ma lì finisce il mio crimine».

Ciò premesso, non si può ignorare che Céline sia un Autore gigantesco e che abbia profondamente innovato il linguaggio letterario tanto che, almeno da questo punto di vista, è stato ampiamente riabilitato dopo gli anni ‘80.

Nato in una cittadina appena fuori Parigi nel 1894, figlio unico in una famiglia della piccola borghesia con ascendenze nobiliari, Céline viene mandato a studiare in Germania e poi in Inghilterra. Ma al termine della scuola superiore, appena diciottenne, sceglie di entrare volontario nell’esercito, e due anni dopo partecipa alla prima guerra mondiale dove, nelle Fiandre, riporta gravi ferite in seguito alle quali nel 1914 verrà riformato. In quell’occasione, guadagna anche due medaglie per il suo valore militare e gli viene riconosciuta una modesta pensione di guerra. L’esperienza al fronte gli lascia conseguenze sul fisico per il resto della vita, e gli fa prendere atto dell’aleatorietà dell’esistenza umana, instillandogli  quella visione angosciata e nichilista che caratterizza tutta la sua produzione letteraria.

Tornato dal fronte e dopo mesi di ricoveri in ospedale, viene assegnato a un lavoro impiegatizio presso il consolato francese di Londra, e lì, frequentando locali equivoci e postriboli, conosce e sposa la prima moglie. Matrimonio lampo che dura pochi mesi e non viene mai registrato in Francia. Solo nel 1916, a guerra finita, ottiene il congedo dall’esercito e accetta un contratto di lavoro in Camerun, per una compagnia che gestisce piantagioni di cacao. Il suo fisico gracile non resiste al clima e ai disagi, e meno di un anno dopo la malaria lo costringe a rientrare in Francia; ma in quei mesi Céline ha scoperto la sua vocazione per la medicina, e ne intraprende lo studio laureandosi nel 1924. Nel frattempo si sposa una seconda volta, (con Edith Follet, che gli darà l’unica figlia, l’adorata Colette, e da cui divorzierà dopo 7 anni di matrimonio).

Tra il 1924 e il 1928 lavora per la Società delle Nazioni, spostandosi in Europa, America e Africa, e rafforzando in questi viaggi la sua convinzione dell’inaridimento dell’Uomo moderno schiavo del potere e del progresso. La sua visione della vita è quella di una malattia cronica che può essere alleviata solo con l’ironia e guarita solo con la morte.
Queste riflessioni lo inducono a mettere fine ai viaggi e a stabilirsi a Parigi, nel quartiere di Montmartre, dove inizia la sua professione di medico dei poveri, che spesso non sono in grado di pagarlo. Si avvicina così sempre di più alla loro condizione miserabile, vivendo l’indigenza ed esponendosi al rischio delle loro stesse malattie; ma in questo senso abbracciando a tutti gli effetti la missione del medico in quanto portatore di valori di umanità, solidarietà e gratuità.

“Nelle agonie io resto là, fino all’ultimo. Gli altri se la squagliano, prendono un’aria imbarazzata. Io, io resto, sto di picchetto, io li aiuto. E in questi momenti si è utili, quando se no. È per morire che si ha bisogno di qualcuno”.

A questo punto della sua vita (è intorno ai 38 anni), ha già acquisito tante e tali esperienze – per lo più drammatiche – da poter donare al mondo il suo primo romanzo, quello che è da tutti riconosciuto un capolavoro: Viaggio al termine della notte (Voyage au bout de la nuit). Ne parleremo tra poco, per ora continuiamo con un altro romanzo (perché lo è davvero), quello della sua vita.

Dopo il Voyage, Céline continua a scrivere con regolarità e un po’ per volta si fa conoscere e apprezzare pubblicando un secondo romanzo, Morte a credito, e alcuni scritti di carattere ideologico che svelano senza mezzi termini la sua posizione antisemitica. Negli anni della seconda guerra mondiale, si schiera apertamente dalla parte dell’invasore tedesco con il quale condivide l’idea di una pulizia etnica che rigeneri la razza del Paese. Nel 1944, con la liberazione della Francia da parte degli Alleati, si mette in fuga insieme alla terza (e ultima) moglie, Lucette, una ballerina classica, e trovano riparo in Danimarca dove vivono in clandestinità. Durante l’esilio, Céline subisce anche il carcere per oltre un anno, e quando ne esce il suo fisico è ulteriormente debilitato da malattie croniche e malnutrizione. È solo nel 1951 che si rende possibile il rientro in patria, dove però Céline è accolto con disprezzo e messo duramente in disparte dagli esponenti della cultura, a cominciare da Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, che all’uscita di Viaggio al termine della notte lo avevano acclamato ma ora non gli perdonano il passato di filonazista. Tra i non pochi che invece prendono le sue difese, nientemeno che Albert Camus, ex partigiano nella resistenza antinazista e futuro premio Nobel.
L’ostracismo nei confronti di Céline oscura la pubblicazione delle sue ultime opere, che si vendono poco e non portano alcun guadagno all’Autore. Si è nel frattempo stabilito a Meudon, nei pressi di Parigi, in una casa in cui vive quasi da recluso dedicandosi alla cura gratuita dei pazienti più miserabili e alla scrittura. La moglie dà lezioni di danza per integrare la magra pensione di ex combattente.
Un po’ per volta, Céline si trasforma in un misantropo, un eccentrico barbone che si veste con indumenti rattoppati e si circonda di libri, cianfrusaglie e animali domestici. La sua è una fuga amareggiata da una società che non comprende e che non lo comprende, e verso la quale nutre un sentimento di rabbia e di ribellione che può essere affidato solo alle parole, ai suoi scritti, nei quali è contenuto un affresco impietoso dell’Uomo e di quella malattia disgustosa che è la Vita.

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Pochi giorni dopo aver terminato il suo ultimo romanzo, viene colpito da emorragia cerebrale e muore; è il 1 luglio 1961, Céline ha solo 67 anni.
La notizia della morte di Céline passa in secondo piano rispetto a quella, del giorno seguente, del suicidio di Hemingway. Solo negli anni ottanta verrà riconosciuto il suo talento e riabilitata la sua memoria. La vedova Lucette, tuttora vivente alla bella età di 104 anni, ha fatto di questa riabilitazione la propria missione e ha reso pubblico molto materiale che ci aiuta a chiarire uno dei personaggi più controversi del novecento. Con i proventi dei diritti d’autore ha anche ristrutturato la casa cadente di Meudon e ne ha fatto un salotto frequentato assiduamente da intellettuali e artisti.

Ma la complessità di Céline è tale che un ritratto esaustivo e assoluto appare assai improbabile. Resta il fatto che lo stile e i contenuti di Céline sono straordinariamente innovativi, indicano una vera rivoluzione: quella della schiettezza, della visceralità, della estenuata messa a fuoco dei tabù di una società ipocrita che si crogiola in certezze fondate a loro volta solo su quanto c’è di più vile e deviante: il denaro, la presunzione, l’egoismo. Céline si scaglia con appassionato furore – ma anche larghe dosi di nera ironia – contro tutto e tutti: la guerra, il colonialismo, lo sfruttamento della classe operaia, l’alienazione delle catene di montaggio nelle fabbriche, l’indifferenza verso la povertà, il degrado delle periferie… È insieme un profeta e un anarchico.
Ricordo di aver annotato questa frase trovata in un articolo di Alberto Rosselli, ma che mi pare molto significativa:

“Ciò che piace di Céline è il coraggio di immergersi nelle fogne dell’umanità, di sguazzare tra i nuovi Miserabili, condannati alla sofferenza ma anche inclini al peccato. I disgraziati, gli emarginati, gli handicappati, i malati e i quartieri proletari, disadorni, umidi e maleodoranti lo attraggono magneticamente e lo inghiottono nei loro pozzi senza fine. Céline ama raccontare la vita dei perdenti e dei derelitti, ma lo fa però a modo suo, con rabbia velenosa, cinismo misto a pietà, allucinata determinazione”.

La prima cosa che colpisce nell’affrontare la lettura di Céline è lo stile, ribelle a ogni vecchia regola, una scrittura in libertà che si avvale di un linguaggio, spregiudicato e perciò estremamente efficace: nelle sue pagine si alternano il linguaggio colto e quello popolare (o popolano), cioè l’argot, un gergo sgrammaticato che può essere apprezzato veramente solo leggendolo in lingua originale. Una scelta controcorrente, trasgressiva, che a tratti può suggerire sciatteria, mentre invece è nota la meticolosità con la quale Céline rivedeva e correggeva personalmente i suoi testi. È questa la sua risposta (aggressiva come nel suo burrascoso carattere) a certa letteratura borghese che considerava intrisa di manierismo e che era personificata soprattutto da scrittori come Marcel Proust, a suo avviso uno smidollato accecato dagli agi di un ceto sociale privilegiato e inetto, lontano dagli aspetti più squallidi e tragici della realtà.

Dicevo prima che la vita di Céline è essa stessa un romanzo, e ho infatti tentato di riassumerla; e allo stesso modo e per lo stesso motivo i suoi romanzi sono la sua stessa vita, in quanto tutti autobiografici e tutti narrati in prima persona da un alter ego.
In Viaggio al termine della notte, il primo e il più famoso, il protagonista è Ferdinand Bardamu che dopo aver partecipato alla grande guerra si imbarca per le colonie, di qui per gli Stati Uniti e poi torna in Francia dove diventa medico dei poveri. Praticamente il diario personale dell’Autore.
Nel primo brano, alcune considerazioni del protagonista durante la travagliata convalescenza dalle ferite di guerra:

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Anch’io di certo pensavo all’avvenire, ma in una sorta di delirio, perché per tutto il tempo avevo, in sordina, la paura di essere ammazzato in guerra e anche la paura di morir di fame in pace. Non era solo un incubo. Non molto lontano da noi, a meno di cento chilometri, milioni di uomini, coraggiosi, ben armati, ben addestrati, mi aspettavano per sistemare la faccenda, e c’erano anche dei francesi che mi aspettavano per farla finita con la mia pelle, se non volevo farmela ridurre a brandelli sanguinolenti da quelli di fronte.
Ci sono per il povero a ‘sto mondo due grandi modi di crepare, sia con l’indifferenza generale dei suoi simili in tempo di pace, sia con la passione omicida dei medesimi quando vien la guerra. Se si mettono a pensare a te, è a torturarti che pensano subito gli altri, e nient’altro che quello. Li interessi solo se sei al sangue, ‘ste carogne! Nell’imminenza del macello, non si specula più molto sulle cose dell’avvenire, si pensa solo ad amare per i giorni che ti restano perché è il solo modo di dimenticare un po’ il proprio corpo, che te lo scorticheranno presto dall’alto in basso. 

Qui invece è in Africa, dove ha accettato un lavoro disgraziato nella colonia francese del Camerun:

Avevi appena il tempo di vederli sparire, gli uomini, i giorni e le cose in quella verzura, quel clima, il caldo e le zanzare. Tutto ci finiva, era schifoso, a pezzi, a frasi, a membra, a rimpianti, a globuli, si perdevano al sole, fondevano nel torrente di luci e colori, e il gusto e il tempo insieme, tutto ci finiva. Non c’era che angoscia scintillante nell’aria.

E qui è quando, lasciata l’Africa, sbarca in America come un pezzente disperato, senza soldi né salute né fiducia:

In camera mia sempre gli stessi tuoni venivano a spezzare l’eco, come trombe d’aria, anzitutto le folgori della metropolitana che sembrava lanciarsi su di noi da chissà dove, strappando a ogni passaggio tutti i suoi acquedotti per devastare la città, e poi nel contempo richiami incoerenti di meccanici dal basso, che salivano dalla strada, e ancora quel rumore molle di folla ondeggiante, esitante, fastidiosa sempre, sempre sul punto di ripartire, e poi di esitare ancora, e ritornare. La grande marmellata degli uomini nella città.
Da dove stavo là in alto, si poteva benissimo gridargli addosso tutto quel che volevi. Ci ho provato. Mi facevano tutti schifo. Non avevo il fegato di dirglielo durante il giorno, quando mi ci trovavo di fronte, ma da dove stavo non rischiavo niente, gli ho gridato “Aiuto! Aiuto!” solo per vedere se quello gli farebbe qualcosa. Proprio niente gli faceva. Spingevano la vita giorno e notte davanti a sé gli uomini. Gli nasconde tutto la vita agli uomini. Nel rumore che fanno loro stessi non sentono niente. Se ne fottono. E più la città è grande e più è alta e più se ne fottono. Ve lo dico io. Ho provato. Val mica la pena. 

In Morte a credito il protagonista è un altro Ferdinand, che racconta la sua infanzia e adolescenza fino agli studi di medicina e all’esercizio della professione nei quartieri più degradati. Qui ritrae un suo collega, anch’egli frustrato dalle condizioni precarie in cui si svolge il loro lavoro:

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Gustin Sabayot, senza volergli far nessun torto, non si strappava certo i capelli per le sue diagnosi. S’orientava sulle nuvole.
Uscito di casa, guardava innanzitutto per aria: “Ferdinand” mi faceva, “oggi son di sicuro reumatismi! Cinque franchi!… “
Leggeva tutto, in cielo. Non si sbagliava mai di molto perché conosceva a fondo la temperatura e i vari temperamenti.
“Eh! ecco una botta di canicola dopo i reumi! Tienlo a mente! Calomelano, puoi già dirlo! L’itterizia è nell’aria! Il vento s’è girato… Nord sull’Ovest! Freddo su Acquazzone!… Bronchite per quindici giorni! Non val nemmeno la pena che si spoglino!… Comandassi io, le prescrizioni me le farei standomene a letto!… In fondo, Ferdinand, non son che chiacchiere, fin da quando ti si presentan davanti!… Per chi ne fa un commercio, ancora ancora si spiega… ma per noialtri?… quanto al mese?… E che sugo?… Io li curerei senza manco guardarli, to’, quegli accattoni! Anche di qui! Non soffocherebbero né di più né di meno! Non vomiterebbero con maggior abbondanza, non sarebbero meno gialli, né meno rossi, né meno pallidi, né meno bischeri… C’est la vie!… “
Per aver ragione, Gustin aveva proprio ragione.
“Li credi malati tu?.. Uno geme.. un altro rutta… quello barcolla… questo è pieno di pustole… Vuoi vuotar la sala d’aspetto? Istantaneamente?… anche di quelli che s’accaniscono ad espettorare fino a farsi schiattare il petto? Proponi una botta di cinema! … un aperitivo gratis, sbattuto in faccia! … vedrai quanti ne resteranno… Se vengono a cercarti, è soprattutto perché si scocciano. Mica ne vedi uno la vigilia d’una festa… Ai disgraziati, ricorda quel che ti dico, manca un’occupazione, mica la salute… Voglion semplicemente che tu li distragga, che tu li metta di buon umore, che tu li interessi coi loro rutti… i loro gas… i loro scricchiolii.. che tu gli scopra delle flatuosità… delle febbriciattole… dei borborigmi… degli inediti! … Che tu ti dilunghi… che tu t’appassioni… Per questo hai la tua laurea… Ah! Divertirsi con la propria morte mentre uno sta fabbricandosela, ecco tutto l’Uomo, Ferdinand!”

Non posso chiudere Céline senza almeno citare gli altri romanzi, in particolare i tre che compongono la Trilogia del Nord: Da un castello all’altro, Nord e Rigodon. Contengono la ricostruzione romanzata degli anni dell’esilio dopo la caduta del nazismo, quando Céline dovette fuggire perché ricercato come presunto collaborazionista. Sono anni avventurosi e di grande precarietà, segnati da episodi drammatici e un disperante senso di continua minaccia. Il terzo, Rigodon,  è l’ultima fatica di Céline, che muore improvvisamente due giorni dopo averlo concluso. Ma il suo grandioso affresco umano ha, ancora oggi e anche per noi, la voce forte, chiara e ascoltabile di un genio inimitabile, e la lettura della sua collera è qualcosa che dà la carica.

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