E poi fu notte e poi di nuovo mattina

Negli ultimi giorni di maggio – e delle sua vita – Zaira ricevette molte visite.
Il dottor Gandolfi, anzitutto. Ogni mattina, prima di aprire l’ambulatorio, passava da lei nel suo alone di ottimo dopobarba e si intratteneva i pochi minuti che lei gli concedeva, giusto il tempo di un galante complimento per il colorito roseo e l’aspetto disteso del vecchio viso, che sapeva bene essere l’effetto di un discreto filo di cipria. Lei lo aspettava eretta sui cuscini del grande letto, fra lenzuola candide di corredo signorile e con un paio di civettuole pantofole azzurre lì a fianco, come a suggerire l’intenzione di alzarsi a momenti. Ma anche questa non era che un’elegante finzione, da entrambi accettata con altrettanta eleganza.
Per avere notizie sulla sua salute, il medico si rivolgeva a Clara, la governante, che in cucina gli serviva il caffè, un ottimo caffè distillato con pazienza goccia a goccia come non ne beveva in nessun altro salotto presso i suoi pazienti altolocati. Le chiedeva se avesse dormito e come, mangiato e quanto. Ne riceveva risposte generiche e riservate, come se la cosa non fosse affar suo. E non lo era, infatti. Non più. Da tempo Zaira non gli permetteva nemmeno di tastarle il polso, lo riceveva solo per cortesia ma senza dargli modo di esercitare il suo ministero.

Gioia, la nipote più giovane, si affacciava alla stanza più volte durante la settimana, di ritorno dalle lezioni. Le mostrava tutta entusiasta le foto del suo cucciolo, a volte le faceva ascoltare l’ultimo pezzo per oboe che stava studiando. Un’anima luminosa e vivace, e due mani piene di grazia. Dopo che se n’era andata, a Zaira sembrava che il tramonto indugiasse di più e più dorato dietro la vasta finestra, come quando era giovane lei. A quell’ora Clara le portava il tè nella tazza inglese, e lei gentilmente ne beveva giusto il numero di sorsi sufficienti per non deluderla. Poi chiedeva di restare da sola e cercava di assopirsi rivivendo le frasi e i sorrisi della nipote, che somigliava così tanto a lei e così poco a tutti gli altri della famiglia.

I figli venivano le domeniche, quasi tutte. Il caffè, una breve conversazione appropriata e generica, tanta formalità, la paura segreta di toccare temi troppo personali come la salute, il futuro. Si trovava sempre qualcosa di poco impegnativo di cui parlare, come una laurea, un viaggio, il nuovo giardiniere. Anche dopo quelle visite i pomeriggi sembravano non finire mai, ma il sapore che lasciavano non era dolce del tutto.

Le sembrava che maggio si stesse facendo sempre più caldo. A metà mattina il sole girava l’angolo della villa e lambiva la terrazza; Clara interveniva puntuale per accostare mezza imposta, solo mezza perché dal giardino saliva l’aria rinfrescata dall’irrigazione e il profumo delle rose antiche.
Dalle altre stanze a tratti le arrivava un tintinnio di tazzine o il ronzio attutito di un aspirapolvere. I rari squilli del campanello era in grado di distinguerli quasi sempre: il postino, i fornitori, il fattorino della lavanderia. Come le telefonate, non la riguardavano, o così aveva stabilito con se stessa da tempo. Le restavano il ventaglio, qualche libro sul comodino e le ombre che danzavano sullo specchio al movimento lieve delle tende.

Gesuina arrivò una sera sul tardi, da molto lontano. Venezuela. Qualcuno stava dando una festa in una villa nei paraggi, e le note di una musica sudamericana portarono con sé anche lei, dopo tanti anni, vestita da india e con le braccia scure di sole. L’ultima volta che l’aveva vista era una bambina in braccio a una monaca, e gliela stavano portando via perché la madre si era rifatta viva e la rivoleva, e lei aveva dovuto lasciarla andare e accettare di non saperne più nulla.
“Ma tu devi stare tranquilla”, le disse Gesuina. “Ho sposato un brav’uomo e siamo emigrati per sistemarci. Abbiamo messo su una piccola azienda, con campi, vacche, banani. Stiamo bene. I nostri figli lavorano con noi, ormai abbiamo anche i nipoti e possiamo invecchiare in pace”.
“Dicevo di te che eri figlia dei bombardamenti”, le ricordò Zaira affettuosamente. “Le bombe di gennaio ti fecero nascere prematura, e quelle di giugno sventrarono l’orfanotrofio dove ti avevano abbandonata e misero in fuga le monache. Ma prima riuscirono ad affidare alcuni bambini a famiglie che potevano, e tu venisti a noi, a me. Ho sempre saputo che era solo per un po’ di tempo. E fu infatti poco, due anni. Ma adesso sei tornata per dirmi che ce l’hai fatta”.
Si sentiva stanca, molto stanca, come dopo una grande felicità. Gesuina se ne andò lasciandola addormentata, e intanto la musica della festa si era smagliata tra le fronde degli oleandri e lungo il viale non restavano che i lampioni accesi e le loro falene intorno.

La luce nella stanza era diafana come se avesse nevicato. Zaira si disse che era troppo vecchia per stupirsi di qualcosa, e del resto sentiva freddo davvero. “Ora chiamo Clara e le chiedo una coperta”, pensò. Ma in quel momento qualcuno le posò un plaid scozzese sulle gambe, dispiegandolo con cura e senza peso. Le pareva già di stare meglio. “Grazie”, disse.
L’uomo con la giacca di tweed era tornato a sedersi di fronte a lei e aveva riaperto il libro che stava leggendo. Era uno sconosciuto, ma il sorriso con cui la guardava si sarebbe potuto definire amorevole.
“Jean, sei tu?”
“Sì. E noi siamo ancora sul notturno Parigi-Venezia”.
“Siamo fermi in Svizzera per la neve?”
“Stanno lavorando sulla linea. Gli inservienti stanno distribuendo coperte, dicono che ripartiremo verso mattina”.
Zaira rifletté.
“Tu stai andando a un convegno a Milano”.
“E tu a rivedere tuo padre in ospedale. Sei molto in ansia, temi di non arrivare in tempo”.
“Ho fatto in tempo. Mi ha aspettato”.
Zaira tornò a chiudere gli occhi. Si sentiva al sicuro con Jean accanto. Da lontano le sembrava di sentire il raschio degli attrezzi degli spalaneve, tra gli alti pini delle alpi svizzere. Era come tornare bambina la notte di Natale, col sonno leggero e i fruscii dell’inverno dietro le finestre. Soprattutto con la certezza che qualcuno vegliasse su di lei. Anche se era un perfetto sconosciuto con il quale divideva ore insolite di un viaggio notturno. O forse a maggior ragione.
C’era stato un bacio, sì. Alcuni baci. Nati dall’attesa, dall’incertezza, dalla tenerezza di due solitudini in mezzo a una notte molto lunga e molto sospesa. Niente di più, solo un lieve ricordo negli anni, come di un dono giunto per caso al momento giusto lontanissimo da casa.
“Ecco”, disse Jean dopo un po’.
“Ci stiamo muovendo?”
“Ha smesso di nevicare. È tutto ciò che so”.

Erano nuvole estive. O forse le tende leggere che oscillavano appena alla brezza di mezzogiorno. No, non erano nemmeno quelle. Era Guido che varcava adagio la soglia della terrazza in completo di lino bianco. Come le tende, come le nuvole.
“Ti sta benissimo, quel completo da crociera”, gli disse Zaira dopo averlo studiato.
“È per il nostro giro del mondo, ricordi?”
Aveva sempre quel sorriso malandrino, invecchiato con lui e con le loro vite.
“E quando ci imbarchiamo?”
“Appena sei pronta”.
“Ma i bambini?”, chiese Zaira con improvvisa apprensione.
“Sono in buone mani, stai tranquilla. Ora è il nostro momento e non pensare ad altro”.
“Non vorrei dimenticare niente, lo sai come sono fatta”.
Guido girellava per la stanza col suo Panama in mano, osservando oziosamente i dettagli che quasi settant’anni prima avevano curato insieme. Soprammobili, lampade, fotografie, gli stucchi francesi del caminetto.
“Questa puoi lasciarla qui”, disse indicando la fleboclisi accanto al letto, di cui Zaira non si era ancora accorta. “Partiamo leggeri”.
“Leggeri. Sì, lo sono. È una bella sensazione, forse è la prima volta che la provo”.
La mano di Guido sopra la sua aveva il tocco più familiare del mondo, era come aver ritrovato il pezzo mancante e averlo rimesso al suo posto su misura, combaciava senza sforzo, alla stessa temperatura e col medesimo diafano peso.
“Allora dici che posso venire così come sono?” gli chiese un’ultima volta.
“Sei bellissima così come sei”, e a quelle parole l’anello nuziale che le ballava sul dito smagrito gettò un bagliore complice.
“E com’è il mare?”
Si lessero a lungo negli occhi, che avevano entrambi azzurri, trovando insieme e nello stesso istante la risposta che avevano saputo da sempre. Com’è il mare? Com’è il mare?
“Calmo e profondo”.

Madeleine

Nell’ottobre del 1895, agli esordi della mia fortunata carriera di neuropsichiatra, mi imbattei in un caso a dir poco arduo e insieme commovente, che avrebbe cambiato la mia vita in un modo inatteso.
Me ne incaricò il professor Waldenstein, decano all’Hôtel Dieu, del quale ero stato l’allievo prediletto. Si trattava di una giovane donna dell’alta società che aveva perduto la memoria in seguito a un trauma emotivo dei più brutali: il marito era morto annegato sotto i suoi occhi nel mare di Capri durante il viaggio di nozze in Italia, e non riesco davvero ad immaginare un epilogo più straziante per quello che appariva a tutti un perfetto matrimonio d’amore. L’amnesia che l’aveva colpita aveva cancellato dalla sua mente tutti i ricordi antecedenti l’incontro con il futuro marito, risucchiando perciò nell’oblio la sua infanzia e le immagini dei suoi stessi familiari. Essa li riconosceva per tali solo perché le era stato provato che lo erano, ma tuttavia non rammentava di aver mai visto prima i loro volti né pronunciato i loro nomi. Incapace di ambientarsi nella sua famiglia d’origine, si era ritirata nella casa maritale, dove viveva infelice coltivando gli unici ricordi sopravvissuti, che le parlavano di un amore e di una felicità durati così poco e ormai perduti per sempre.
Acconsentii a occuparmi del suo caso dopo averlo frettolosamente classificato come una amnesia isterica, statisticamente abbastanza frequente fra i soggetti di sesso femminile soprattutto se giovani, benestanti e sensibili, e, confidando in un pronto successo, la ricevetti nel mio studio privato al pianterreno della villa di Neuilly dove dimoravo da solo.
Essa quel giorno, come poi tutti i seguenti, indossava un abito nero di ottima fattura e calzava un cappellino dello stesso colore, la cui veletta le copriva il volto lasciando trasparire solo il tenue rosa delle labbra.
Quel primo incontro fu dedicato a raccogliere quanti più dati possibile, ma a fine giornata mi resi conto di avere ben poco in mano: nulla che comunque non mi avesse già anticipato nel dettaglio il mio Maestro, perché dalla bocca e dalla memoria della mia giovane paziente non uscì null’altro di illuminante. E così anche negli appuntamenti seguenti: essa non faceva che ripetere le stesse frasi, rievocare le stesse scene, ribadire la propria impotenza davanti a quel muro nero che le si parava dinnanzi ogni volta che cercava di spingersi indietro nel passato.
“Un muro, voi dite”.
“Un muro. Un muro nero”.
“Nero come? Anche il nero è un colore, e dunque può avere varie tonalità, vari registri, a seconda di quale prevalga fra i suoi tanti componenti… ”
“Nero, signore. Nero. Non ci sono sfumature, è tutto nero”.
“Nero come la notte? La notte ha qualcosa di blu profondo. O come la seta del vostro abito? Però contiene dei riflessi argentei, smorzati ma comunque riconoscibili”.
“Se intendete dire che anche in un pozzo, anche in una grotta, il buio può essere sempre interrotto da qualche lieve bagliore, ebbene non è il mio caso. Il nero del muro che abita in me è definitivo e ineluttabile come l’interno di una tomba molti metri sotto terra, signore”.
La sua patologia persisteva ormai da qualche mese, e si era mostrata refrattaria ai principali rimedi posti in essere: non le avevano giovato né calmanti né eccitanti, né viaggi all’estero né riposi in un chiostro, né soggiorni al mare né in montagna, né applicazioni calde o fredde o elettriche o magnetiche, e nemmeno l’ipnosi. Il muro resisteva nel fondo della sua mente, nero e crudele, solido e beffardo.
“Vi scongiuro – mi supplicava – fate qualcosa. Finora tutto è stato inutile, e il tempo passa privandomi della gioia di vivere. Presto invecchierò senza mai essere stata giovane!”
Ah, essa che paventava la propria vecchiaia non aveva che ventuno anni! Si può immaginare nulla di più straziante? Quanto atroce era il suo destino di ricordare solo un marito oramai perduto e irraggiungibile e di non potersi rifugiare con confidenza nel grembo della famiglia che tanto l’amava e a cui si sentiva estranea? Sarebbe stato preferibile il contrario, e forse sarebbe stato anche più facile da curare.
Avevo adottato fin dall’inizio un mio metodo personale: durante la seduta, le facevo indossare sopra gli occhi una benda nera ben accomodata in modo da precludere il passaggio di qualunque spiraglio di luce. Lo scopo era quello di ricostruire in concreto la sensazione di muro nero e di stimolarla affinché si sforzasse di vedere oltre, di scavare quella superficie e scoprire al di sotto i tenui disegni dell’affresco del suo passato. Pronunciavo parole e nomi di luoghi che avrebbero dovuto rievocarle qualche ricordo fondamentale, oppure le facevo toccare oggetti che avrebbero dovuto esserle familiari, come la bambola preferita di quand’era bambina o il collare dell’adorato cagnolino dei genitori, ma pareva ormai che anche quei tentativi dovessero restare infruttuosi.

Un pomeriggio di tardo autunno (la luce era scesa presto, pioveva a raffiche e il vento dall’Atlantico frustava le imposte), nel corso di un colloquio particolarmente impegnativo accadde qualcosa di sorprendente. Ad un certo punto, mi accorsi che era molto provata e aveva il mento e le mani tremanti.
“Perdonate, ma sono troppo stanca per continuare. E a dire il vero ho molto freddo… – mormorò.
Subito mi adoperai perché si riprendesse, e la sorressi fino alla poltrona più vicina al caminetto, dove ardeva per la verità un fuoco più che sufficiente a riscaldare la stanza, ma evidentemente non il suo piccolo cuore afflitto. Le sistemai sulle ginocchia una coperta da viaggio e le misi in grembo il suo manicotto di pelliccia affinché si scaldasse le gelide manine, poi uscii per ordinare alla mia governante qualcosa di caldo e corroborante. In tutto questo, la mia pallida paziente non aveva mai tolto la benda dagli occhi, e tuttora la teneva, forse per trovare rifugio alla stanchezza in quel vuoto foderato di raso nero senza riflessi.
La governante entrò poco dopo con una tazza di cioccolata fumante, me la consegnò e lasciò che fossi io a offrirla alla giovane sofferente, ma rimase al suo fianco con un tovagliolino candido pronta a nuovi ordini.
Dopo il primo sorso, la spossatezza sembrò prendere il sopravvento, e la testa si reclinò all’indietro sullo schienale imbottito, mentre le sfuggiva un lungo e doloroso sospiro.
Ma subito dopo, tornò a bere il liquido dolce e bollente e stavolta gli dedicò un’attenzione insolita: pareva che le sue papille gustative analizzassero freneticamente densità e sapore e stessero trasmettendo al cervello una corrente di segnali vorticosi. Al terzo sorso, più lungo e concentrato, esalò una parola:
“Cannella”.
“Come avete detto? – chiesi, perplesso.
“Cannella. Cioccolata con la cannella. Una spruzzata di cannella. Un nonnulla di cannella. Il vapore la scioglie e vi entra nel cuore”.
Bevve ancora, sempre cieca eppure visibilmente rianimata. E disse un’altra cosa stupefacente:
“Il capriccio del diavolo. La cannella: il capriccio del diavolo”.
Mentre cercavo di capire se fosse per caso uscita di senno, non mi accorsi del cambiamento avvenuto nell’espressione, solitamente riservata, della governante, che all’udire quelle parole si era impercettibilmente chinata verso la paziente e scrutava incredula il poco che restava visibile del suo volto velato.
“Avete veramente detto il capriccio del diavolo? – chiese con voce rotta dal turbamento.
Ed essa, la paziente smemorata, dal fondo del suo buio confermò con inattesa decisione:
“L’ho detto. La cannella sulla cioccolata è il capriccio del diavolo. Lo diceva sempre la mia bambinaia”.
La sua voce si era fatta sicura e io trasecolai, ma non ero pronto a quanto stava per accadere. Stavo per inserirmi con alcune domande prudenti e studiate per valutare il grado di completezza di quel primo ricordo che pareva affiorare, quando la governante mi rubò la scena e continuò il dialogo relegandomi a semplice ascoltatore.
“E ricordate come si chiamava, la vostra bambinaia? – indagò con trattenuto fervore.
La risposta arrivò dopo un istante:
“Berthe”.
La governante si coprì la bocca con le mani, colta da intensa emozione, ed esclamò:
“Madeleine, siete dunque voi?”
Madeleine si strappò la benda dagli occhi, i loro sguardi si ritrovarono e si riconobbero e davanti a me le due donne si abbracciarono singhiozzando di gioia e coprendosi di epiteti affettuosi ripescati nel passato.
“Madeleine, confettino mio, mia nuvoletta, mia colombella!”
“Berthe, mia fata buona, mio angelo, mia aurora boreale!”
“Avete riconosciuto la mia cioccolata!”
“Nessuno la fa come voi, nessuno ci mette la cannella!”
“E vi siete ricordata di me!”
“Chi mi è stata più vicina di voi quando ero piccina?”
Stravolto dall’epilogo inaspettato, non mi rimase che restare in disparte e assistere a quel fiume di ricordi che si snodava fra le due, a tratti gaio, a tratti commosso. Il muro nero si era dunque infranto? E quale pietosa divinità aveva posto Berthe, la mia decennale governante bretone, al centro di quella straordinaria guarigione? Forse il Caso, il più bizzarro di tutti gli dèi.

Nei giorni seguenti, la mia paziente compì rapidi e risolutivi progressi. Berthe la seguì amorevolmente nel percorso di riavvicinamento alla famiglia e i risultati non si fecero attendere.
Allo scadere del tempo di lutto, presentai a Madeleine la mia proposta di matrimonio ed essa accettò con cuore gonfio d’amore. Lo stesso amore che mi dedica da ormai quarant’anni e che si è manifestato nella nascita dei nostri tre figli e recentemente in quella dei nostri primi nipoti.
Berthe è rimasta sempre con noi, e quando la sua tenace salute bretone ha cominciato a venir meno l’abbiamo tenuta come una di famiglia, accudendola con affetto e gratitudine quanto lei aveva accudito tutti noi. Ci ha lasciato l’anno scorso, molto compianta. Negli ultimi tempi, una grave forma di artrite diffusa l’aveva immobilizzata a letto, ed essa, mostrandoci le sue povere mani deformi e ormai inutilizzabili, ci ammoniva con affetto:
“I ricordi non spariscono, tutt’al più si nascondono. I miei, li vedete, sono tutti qui: nelle mie ossa”.

(nell’immagine: Sul balcone, di Berthe Morisot)

E via, partecipiamo a questo eds Nero di Natale della solita stregonessa Donna Camèl, non lasciamoli soli, gli altri. Che sono:
Hombre con Ti prego, non chiamarmi Barbie
Dario con Zebre e savane
Leuconoe con Placida come il fiume
Pendolante
con Natale con soffritto
Kermitilrospo
con Pedalata nera
Fulvia
con Il quadro capovolto – 2a parte
Lillina
con Una vita segnata
Calikanto
con Nero livido
La Donna Camèl
con Se tu mi amassi
Singlemama
con Dissolvenza in nero
Angela
con Chi è di scena
Angela
(ancora) con Taccido 

Tornare a Itaca

Ogni tanto ci torno, a Itaca.
Più che altro torno per vedere come stanno, se stanno tutti bene, se c’è qualcosa da cambiare, aggiustare, rinnovare.
Finché va tutto bene, sto bene anche io, perché posso dirmi “Allora, anche se parto di nuovo, qui lascio tutto in ordine, e potrò tornare un’altra volta, magari fermarmi un po’ di più, o per sempre, se ci riesco”.
Finché la mattina si aprono le imposte e i traghetti lasciano gli attracchi e il caffè si scalda sul fornello e qualcuno lava via il piscio di gatto della notte; finché i bambini vanno a scuola e le donne al mercato e i pensionati a vedere i treni alla stazione e i bottegai mettono fuori la merce e spazzano la soglia; e i preti dicono messa per le vecchiette che si alzano presto e osservano il digiuno e quando tornano a casa danno da bere ai fiori e al canarino e rassettano il letto e accendono la radio; finché i morti vanno a San Michele in pompa magna, in corteo attraverso la laguna, traslocando solo temporaneamente in un’isola ancora più bella, più silenziosa e placida; finché tutto continua così, finché stanno a galla loro malgrado e malgrado il peso dei marmi e dei mosaici e della pietra e della Storia; fino ad allora ci tornerò. Ogni tanto, quando posso. Il più spesso col pensiero, o con la musica. Violoncello e clavicembalo insieme fanno miracoli.

Affresco

Non ho mai mentito sulla mia età, anzi ne vado fiera. Perché non conosco nessun altro che possa vantare una vita varia e longeva come la mia.
Sono nata a Venezia nel 1735, lo stesso giorno dell’incoronazione di Alvise Pisani a Doge. Mio padre era tipografo, aveva una stamperia in Barbarìa dele Tole, vicino a Campo Ss. Giovanni e Paolo; era molto apprezzato in città, e fra i suoi clienti vi erano diversi artisti, che gli portavano a bottega poesie, libretti d’opera e spartiti musicali. Noi la sera, a casa, facevamo musica prima di cena, soprattutto d’inverno quando fuori la notte e le nebbie ingoiavano il canale della fondamenta Brian. Mi accadde di conoscere di striscio Antonio Vivaldi, che doveva dei soldi a mio padre ma era stretto di manica come di petto e tirava sempre sul prezzo. Giacomo Casanova lo conobbi l’inverno in cui gelò la laguna e tutti andammo a vedere dalla riva i buontemponi che ci pattinavano sopra. Ero al tempo bella come tutte le veneziane del settecento, e non nascondo di aver ricevuto da lui delle avances piuttosto pressanti, che però respinsi con fermezza perché mi ero segretamente innamorata di Giambattista Tiepolo, allora cinquantenne, per averlo visto lavorare all’Incoronazione di Maria Immacolata sulla volta della navata della chiesa della Pietà.
Andavamo anche a teatro, per lo più di carnevale (ma ricordiamoci a Venezia, nel settecento, il carnevale andava da ottobre a primavera inoltrata), e fu così che conoscemmo Carlo Goldoni. Fu ospite ai nostri salotti musicali almeno due o tre volte, ma la musica lo annoiava un po’ e preferiva fare quattro chiacchiere davanti a un bricco di cioccolata fumante. Prima di lasciare Venezia per Parigi, passò a salutarci e promise di tornare entro un paio d’anni; invece sappiamo come è andata, che lui a Venezia non ci tornò più.
Una primavera mi incantai, con tutta la città, ammirando l’ascesa di un pallone aerostatico nel cielo sopra piazza San Marco; era l’aprile del 1784, e l’ammiraglio Angelo Emo aveva cominciato le sue azioni militari contro i pirati barbareschi. In città arrivavano, e suscitavano tripudio, le notizie dei suoi bombardamenti contro i porti di Tunisi e Biserta.
Vidi Goethe estatico su una gondola mentre si riempiva gli occhi di immagini che in patria non avrebbe mai dimenticato. Tornai a vedere la laguna gelata durante il carnevale del 1788, e pochi anni dopo ci capitò di passare la notte di Natale in cima alle scale per salvarci da un’eccezionale acqua alta. Ma ci attendevano prove ben peggiori. Dovetti udire i cannoneggiamenti del porto del Lido contro una nave napoleonica che veniva a prendere prigioniera la città, e in capo a poche settimane cademmo in mano francese. Quei ladri. Ci derubavano dei nostri tesori più sacri con la più empia arroganza. Poi vendettero anche noi, tutti noi, agli odiati austriaci, che oltre al resto fecero la loro parte di razzie. Giacomo Casanova era lontano, vecchio e piegato; seppi solo dopo mesi che era morto oscuramente in Boemia.
Gli austriaci rimasero un bel pezzo. Non che ci trattassero male, anzi erano innamorati di noi e di Venezia, non avendo, a casa loro, niente di così bello. Tuttavia erano stranieri, e noi non abbiamo mai sopportato padroni: nemmeno i nostri dogi lo sono mai stati, erano anzi uomini come noi al servizio del popolo e del Maggior Consiglio. Fastosi ornamenti ma senza potere. Siamo stati sempre, e sottolineo sempre, una Repubblica, e per di più laica, sganciata dalla Chiesa e spesso, perciò, in odore di eresia.
Ecco perché c’ero anche io, in Piazza, nei giorni della liberazione di Manin e Tommaseo e della proclamazione della Repubblica Veneta Democratica (e non leghista), in mezzo alla folla esultante e piena di orgogliose speranze. E per il motivo opposto, l’umiliazione e lo sconforto, scesi in calle ad assistere alla caduta dell’anno successivo, tra la fame e il colera che ci assediavano peggio degli austriaci e che ci sconfissero vigliaccamente. Ma c’ero, e commossa, anche il giorno in cui le ceneri di Manin, morto esule a Parigi, tornarono a Venezia dopo l’unificazione al Regno d’Italia, che alla fin fine non si rivelò poi tanto migliore dell’impero astro-ungarico, va detto.
Nel 1902 accorsi affranta a contemplare le macerie del crollo del campanile di San Marco. Con gli altri giurai a me stessa e alla città e all’intero mondo che sarebbe rinato com’era e dov’era, e così fu.
Gli austriaci, poi, non se l’erano messa via del tutto. Tornarono a desiderarci e portarono nuovi cannoni fino al Piave. Una notte ci bombardarono per otto ore di fila, che io passai in cantina tra odor di salmastro e spolverio di calcinacci ma nessuna preghiera nel cuore, a nessun Dio, tutt’al più a San Marco e al suo Leone.
Dopo la guerra, la Grande Guerra, credetti di incontrare D’Annunzio un pomeriggio lungo le Zattere. Aveva i suoi stessi baffi, il suo stesso charme, il suo stesso naso altezzoso e una bella donna sognante appesa al braccio. C’era un sacco di bella gente, ricca e famosa, che girava per Venezia in quegli anni; scrittori, musicisti, celebri amanti, teste coronate, attrici di teatro. Anche oggi, verrebbe da dire, ma di tutt’altra qualità, molto più modesta; più che altro una mise en scène da dilettanti.
Di guerra ce ne fu un’altra, come si sa. Di notte si vedevano i traccianti sopra il cielo nero della terraferma, e si udivano gli schianti delle bombe su Treviso. Noi, ci risparmiavano, perché volevano la città intatta come trofeo. Ma si presero comunque qualche martire, come i sette i cui cadaveri restarono legati per giorni ai lampioni sulla Riva che poi avrebbe preso il loro nome; io li vidi mentre li fucilavano per motivi futili, vi fui portata a viva forza con gli abitanti della zona per assistere a uno dei fin troppi atti esecrabili di rappresaglia. Ora a quella riva attraccano navi da crociera, e ne sbarcano i discendenti di quello straniero e di molti altri; poi scusate se qualche ristoratore o qualche gondoliere gli rifila conti da capogiro. E scusate anche se, quando ogni anno quegli scalmanati della lega vengono a piantare lì le loro tende, sono io quella donna che si affaccia alla finestra e espone il tricolore. Non perché mi senta particolarmente italiana, in quanto veneziana non ne ho bisogno; ma perché di invasori invasati e barbari di campagna ne abbiamo già avuti abbastanza, ora poi che stiamo combattendo all’ultimo sangue contro i cinesi.

Ultimamente incontro spesso il sindaco Orsoni in vaporetto. Come stiamo, sindaco? gli chiedo. Come va la guerra contro i cinesi? Mah, risponde lui col suo sorriso placido da piccolo orefice vagamente pronipote di Dogi e Capitani del Mare. Poi mi offre uno spritz, mentre da San Marco arriva e si scioglie sopra i tetti il mezzogiorno largo, solenne e inconfondibile della Marangona.

Chi mi ha visto?

Mi sono persa.
E l’ho fatto così bene da insinuare forti dubbi perfino sul fatto che sia mai veramente esistita.
È ridicolo portare delle prove, possono essere tutte confutate facilmente. Già il solo fatto che io sia nata è riportato solamente su un pezzo di carta che si riferisce a un luogo che non esiste più. Se andate a cercare lì delle tracce, non troverete una casa di cura sul Canal Grande ma un condominio ristrutturato e diviso in appartamentini con affaccio sulla Ca’ d’oro. E i testimoni oculari dell’evento sono comunque morti tutti e non possono più parlare.
Il primo indirizzo conosciuto porta anche quello a una casa non più esistente. Qualcuno ricorda perfino le note esatte su cui cigolava il vecchio cancello, e giurerebbe sul numero di gradini che portavano all’ultimo piano, o saprebbe descrivere l’odore di arance e laguna che abitava i corridoi, ma la casa è stata abbattuta e quindi sono parole al vento anche queste.
Il vento è stato visto, dicono, ingaggiare con me una sfida di resistenza in fondo a un molo in certi giorni di inverno spietato e pulito che costringevano le coppie di innamorati ad aggrapparsi ai lampioni per baciarsi. Un paio di ragazzi di allora, ora uomini grigi e distratti, potrebbero vagamente ammettere di essere stati presenti, in tempi diversi ovviamente, ma tacciono per discrezione o forse per dimenticanza.
Scarsamente attendibile è la segnalazione di chi mi avrebbe vista con dei fiori bianchi in mano sul sagrato di una chiesetta romanica. Non credo in Dio né nel matrimonio, dunque come potevo essere io?
Fantasioso alimentare la leggenda che mi vede eroina fra i sofferenti. A chi non piacerebbe fare il medico come nei telefilm, salvare le vite, sconfiggere il cancro? Ma non esistono prove che lo abbia fatto anche io, non esiste ospedale in cui il mio nome compaia nell’organigramma, o paziente in grado di documentare un miracolo compiuto da me.
I più sentimentali si ricorderebbero di me nel cortile di una scuola con due bambine speciali, speciali perché così diverse, una bianca e una nera. Ma se gli chiedi di rintracciarle, non sanno più cosa dire. Trovatele, quelle due bambine, e magari nei paraggi troverete anche me.
E c’è chi è sicurissimo di conoscere il mio indirizzo attuale, e vi porta fin sul cancello, vi mostra trionfante il giardino: “Vedete, le sue rose! Vedete, i suoi gatti! È qui che abita, la vedo sempre con la tazzina del caffè alle sei di mattina”. Ma il giardino è incolto, le rose piene di afidi, i gatti poi lo sanno tutti che si arrangiano da soli. E guardate bene: il nome sul campanello è illeggibile, il sole lo ha stinto tanto tempo fa. E poi sarebbe davvero paradossale che, dopo essere nata di fronte alla Ca’ d’oro, ora vivessi in un paesello di campagna così banale e asfittico. Una delle due ipotesi contraddice l’altra, vistosamente.

Vorrei aiutarvi, darvi un indizio, ma non so nemmeno io dove sono finita. Anche le vecchie foto in bianco e nero mentono. Come quella lassù in alto, quella ragazza che legge in sottoveste nel vano di una finestra: ma è lì solo per sostituire un punto interrogativo. Le mie poesie che qualcuno avrebbe letto sono una fola: le ho bruciate tutte, e quelle che dovessero essermi sfuggite le rinnego ora, in blocco, per sicurezza.
Forse l’ultimo posto dove cercarmi è sotto una barca capovolta su una spiaggia, ma se davvero fossi là farei di tutto per non farmi trovare.
Chi mi ha visto, non ero io.

Madeleines

E insomma, c’era quella poesiola delle elementari che stava sempre lì, ai primi posti della classifica dei ricordi fissi, impressa parola per parola e intonazione per intonazione nell’anfratto più blindato dei ricordi remoti. Più stabile e immutabile di tanti altri ricordi remoti, che invece escono a fatica e solo dopo numerosi tentativi di decifrazione. La tiravamo sempre fuori come prova di fedeltà quando ci trovavamo insieme tutti e tre, il che accade solo una volta l’anno in occasione della visita di nostro fratello da Parigi. Quando ci troviamo insieme tutti e tre, torniamo bambini. Ma bambini cretini. E il nostro gioco preferito, lontano da orecchie estranee, è il piccolo archeologo. Archeologia familiare, riesumazione del lessico e della mitologia delle nostre infanzie. Immagino lo facciano tutti. A noi è sempre riuscito benissimo, uno comincia con un “Vi ricordate questo?” e gli altri si illuminano e inizia la gara a chi riesce a recuperare più particolari. “Vi ricordate quest’altro?” Come no, e tutti giù a spararle grosse, arricchendo il ricordo di risvolti umoristici. A volte vengono in soccorso le vecchie foto, nelle quali ci riconosciamo impacciati e ingenui nei nostri cappottini anni ’50, dei quali ricordiamo i colori anche se è tutto rigorosamente in bianco e grigio (il nero si è già stinto).
La poesia delle elementari è un must di queste riunioni. C’è sempre qualcuno che la mette sul tavolo, e allora la recitiamo all’unisono, sovrapponendo le nostre voci nel ritmo e nella pronuncia indelebilmente imparati allora. Imparati dai nostri cuginetti, che dovevano studiarla per scuola, ma noi l’avevamo memorizzata meglio e la ripassavamo con loro. Sotto la brina il pioppo è di cristallo, intona uno, e gli altri subito dietro, come in chiesa per il rosario: Se lo tocchi l’infrangi, e piomba al suolo con tinitinnio di frantumate lastre. Una poesia sull’inverno, sulla natura, triste, accorata, antiquata. Eppure ci divertiva declamarla con intonazione teatrale, era una specie di infantile esorcismo.
L’ultima volta, a febbraio, non abbiamo resistito: l’abbiamo cercata su google. E l’abbiamo trovata al primo colpo. Abbiamo finalmente riportato alla luce il testo completo e anche l’autrice, nientemeno che Ada Negri (magari a questo ci saremmo potuti arrivare anche da soli). Era esattamente come lo ricordavamo noi dopo tutti questi anni. Ma non ce ne siamo rallegrati. No, perché era come un enigma svelato, che ha perso tutto il suo sapore. Prima era un tesoro esclusivo della nostra memoria, ora è un bene comune alla portata di tutti e perciò svilito, banalizzato.
Google è onnisciente: basta digitare qualcosa, un’esca, un brandello, e lui ti spiattella tutto quello che c’è da sapere. È stato un colpo vederlo apparire senza sforzo e tutto intero, il testo de Il pioppo.
Quello che google non sa, però, è molto altro. Non sa quanto ci divertivamo ad andare a trovare i cuginetti. Non sa che lo zio, un buontempone che recitava dai preti, ci raccontava un sacco di storielle e imitava in modo spassoso il parroco di San Giovanni Grisostomo. Non sa che la casa dei cuginetti era per noi l’antro delle meraviglie, perché in cucina c’era un cassetto che conteneva solo carta e matite per farci disegnare, e che in bagno, davanti alla tazza, c’era un armadietto con un giacimento di giornalini (un lusso che a casa nostra era visto come un’abitudine volgare). Né che la mattina ci svegliavamo nel profumo del pane tostato, e gli zii ci davano a credere che fosse appena arrivato a bordo di un elicottero dei Servizi Segreti. E che, staccando il letto dalla parete, ci ricavavamo un nascondiglio dove simulavamo di pilotare una nave spaziale ben prima dell’allunaggio del ’69.

Queste cose google non le sa.
Anzi sì, mannaggia, ora che ve le ho raccontate le sa anche lui.

Freud chi?

Ieri SpeakerMuto ha sognato un matrimonio. Nel post spiega anche il motivo, che sembrerebbe sgombrare il campo dalla più banale delle supposizioni, ossia che SM sia innamorato e stia seriamente pensando di sposarsi.
Io stanotte ho sognato tutt’altro: un wc sporco. Ma non sporco, proprio lurido, luridissimo. Un sogno umiliante, perché in realtà i bagni di casa mia godono di uno splendore impeccabile, a prova di ispezione dell’ufficio di igiene a qualunque ora del giorno e della notte. Sono la mia mania e il mio fiore all’occhiello. Ho perfino stampe di impressionisti alle pareti. Il sogno però aveva un significato per me chiarissimo. Diceva: “Dai, alzati e mettiti al lavoro. Le tue cinque ore le hai dormite, ora è tempo di ricordare che sulla tua carta di identità c’è scritto casalinga, mica duchessa di Cambridge. E scommetto che non hai ancora pensato a cosa cucinare per pranzo”. [invece sì, tiè]
Un sogno che faccio abbastanza spesso mi vede riprendere il mio lavoro in ospedale. Indosso il camice e torno in corsia, fra i rallegramenti di colleghi e infermiere, ma mi tremano i polsi perché, malgrado sia consapevole di stare solo sognando, sono altrettanto consapevole che in questi anni ho smesso di aggiornarmi ed è già tanto se mi ricordo i fondamentali. Anche questo sogno è lampante, e dice: “Vecchia mia, tu hai grossa crisi. Chi te l’ha fatto fare di rinunciare alla tua vocazione per la famiglia? La famiglia?? Brava furba che sei stata. E adesso pedala”.
Oppure sogno qualcuna delle case in cui ho abitato in passato. Qui potrebbe inserirsi tutto un discorso sulle radici troppo spesso estirpate, oppure sulla veridicità del detto “signora mia, si stava meglio quando si stava peggio”, ma temo che il significato di questi tuffi nel passato sia un altro: invecchiando, la memoria recente comincia a smagliarsi (cos’ho mangiato ieri sera? boh), mentre si potenzia la memoria remota. E più remoto del giorno in cui i miei genitori sono tornati dall’ospedale con mio fratello appena nato in braccio non ce n’è: io avevo meno di quattro anni.
Per sognare il giorno in cui hanno portato a casa me in fasce, si tratta di invecchiare ancora solo un altro po’.
Buona giornata.
E controllate la pulizia dei vostri wc: quelli dell’ufficio d’igiene mica avvisano prima, quindi chi la fa li aspetti.