E poi fu notte e poi di nuovo mattina

Negli ultimi giorni di maggio – e delle sua vita – Zaira ricevette molte visite.
Il dottor Gandolfi, anzitutto. Ogni mattina, prima di aprire l’ambulatorio, passava da lei nel suo alone di ottimo dopobarba e si intratteneva i pochi minuti che lei gli concedeva, giusto il tempo di un galante complimento per il colorito roseo e l’aspetto disteso del vecchio viso, che sapeva bene essere l’effetto di un discreto filo di cipria. Lei lo aspettava eretta sui cuscini del grande letto, fra lenzuola candide di corredo signorile e con un paio di civettuole pantofole azzurre lì a fianco, come a suggerire l’intenzione di alzarsi a momenti. Ma anche questa non era che un’elegante finzione, da entrambi accettata con altrettanta eleganza.
Per avere notizie sulla sua salute, il medico si rivolgeva a Clara, la governante, che in cucina gli serviva il caffè, un ottimo caffè distillato con pazienza goccia a goccia come non ne beveva in nessun altro salotto presso i suoi pazienti altolocati. Le chiedeva se avesse dormito e come, mangiato e quanto. Ne riceveva risposte generiche e riservate, come se la cosa non fosse affar suo. E non lo era, infatti. Non più. Da tempo Zaira non gli permetteva nemmeno di tastarle il polso, lo riceveva solo per cortesia ma senza dargli modo di esercitare il suo ministero.

Gioia, la nipote più giovane, si affacciava alla stanza più volte durante la settimana, di ritorno dalle lezioni. Le mostrava tutta entusiasta le foto del suo cucciolo, a volte le faceva ascoltare l’ultimo pezzo per oboe che stava studiando. Un’anima luminosa e vivace, e due mani piene di grazia. Dopo che se n’era andata, a Zaira sembrava che il tramonto indugiasse di più e più dorato dietro la vasta finestra, come quando era giovane lei. A quell’ora Clara le portava il tè nella tazza inglese, e lei gentilmente ne beveva giusto il numero di sorsi sufficienti per non deluderla. Poi chiedeva di restare da sola e cercava di assopirsi rivivendo le frasi e i sorrisi della nipote, che somigliava così tanto a lei e così poco a tutti gli altri della famiglia.

I figli venivano le domeniche, quasi tutte. Il caffè, una breve conversazione appropriata e generica, tanta formalità, la paura segreta di toccare temi troppo personali come la salute, il futuro. Si trovava sempre qualcosa di poco impegnativo di cui parlare, come una laurea, un viaggio, il nuovo giardiniere. Anche dopo quelle visite i pomeriggi sembravano non finire mai, ma il sapore che lasciavano non era dolce del tutto.

Le sembrava che maggio si stesse facendo sempre più caldo. A metà mattina il sole girava l’angolo della villa e lambiva la terrazza; Clara interveniva puntuale per accostare mezza imposta, solo mezza perché dal giardino saliva l’aria rinfrescata dall’irrigazione e il profumo delle rose antiche.
Dalle altre stanze a tratti le arrivava un tintinnio di tazzine o il ronzio attutito di un aspirapolvere. I rari squilli del campanello era in grado di distinguerli quasi sempre: il postino, i fornitori, il fattorino della lavanderia. Come le telefonate, non la riguardavano, o così aveva stabilito con se stessa da tempo. Le restavano il ventaglio, qualche libro sul comodino e le ombre che danzavano sullo specchio al movimento lieve delle tende.

Gesuina arrivò una sera sul tardi, da molto lontano. Venezuela. Qualcuno stava dando una festa in una villa nei paraggi, e le note di una musica sudamericana portarono con sé anche lei, dopo tanti anni, vestita da india e con le braccia scure di sole. L’ultima volta che l’aveva vista era una bambina in braccio a una monaca, e gliela stavano portando via perché la madre si era rifatta viva e la rivoleva, e lei aveva dovuto lasciarla andare e accettare di non saperne più nulla.
“Ma tu devi stare tranquilla”, le disse Gesuina. “Ho sposato un brav’uomo e siamo emigrati per sistemarci. Abbiamo messo su una piccola azienda, con campi, vacche, banani. Stiamo bene. I nostri figli lavorano con noi, ormai abbiamo anche i nipoti e possiamo invecchiare in pace”.
“Dicevo di te che eri figlia dei bombardamenti”, le ricordò Zaira affettuosamente. “Le bombe di gennaio ti fecero nascere prematura, e quelle di giugno sventrarono l’orfanotrofio dove ti avevano abbandonata e misero in fuga le monache. Ma prima riuscirono ad affidare alcuni bambini a famiglie che potevano, e tu venisti a noi, a me. Ho sempre saputo che era solo per un po’ di tempo. E fu infatti poco, due anni. Ma adesso sei tornata per dirmi che ce l’hai fatta”.
Si sentiva stanca, molto stanca, come dopo una grande felicità. Gesuina se ne andò lasciandola addormentata, e intanto la musica della festa si era smagliata tra le fronde degli oleandri e lungo il viale non restavano che i lampioni accesi e le loro falene intorno.

La luce nella stanza era diafana come se avesse nevicato. Zaira si disse che era troppo vecchia per stupirsi di qualcosa, e del resto sentiva freddo davvero. “Ora chiamo Clara e le chiedo una coperta”, pensò. Ma in quel momento qualcuno le posò un plaid scozzese sulle gambe, dispiegandolo con cura e senza peso. Le pareva già di stare meglio. “Grazie”, disse.
L’uomo con la giacca di tweed era tornato a sedersi di fronte a lei e aveva riaperto il libro che stava leggendo. Era uno sconosciuto, ma il sorriso con cui la guardava si sarebbe potuto definire amorevole.
“Jean, sei tu?”
“Sì. E noi siamo ancora sul notturno Parigi-Venezia”.
“Siamo fermi in Svizzera per la neve?”
“Stanno lavorando sulla linea. Gli inservienti stanno distribuendo coperte, dicono che ripartiremo verso mattina”.
Zaira rifletté.
“Tu stai andando a un convegno a Milano”.
“E tu a rivedere tuo padre in ospedale. Sei molto in ansia, temi di non arrivare in tempo”.
“Ho fatto in tempo. Mi ha aspettato”.
Zaira tornò a chiudere gli occhi. Si sentiva al sicuro con Jean accanto. Da lontano le sembrava di sentire il raschio degli attrezzi degli spalaneve, tra gli alti pini delle alpi svizzere. Era come tornare bambina la notte di Natale, col sonno leggero e i fruscii dell’inverno dietro le finestre. Soprattutto con la certezza che qualcuno vegliasse su di lei. Anche se era un perfetto sconosciuto con il quale divideva ore insolite di un viaggio notturno. O forse a maggior ragione.
C’era stato un bacio, sì. Alcuni baci. Nati dall’attesa, dall’incertezza, dalla tenerezza di due solitudini in mezzo a una notte molto lunga e molto sospesa. Niente di più, solo un lieve ricordo negli anni, come di un dono giunto per caso al momento giusto lontanissimo da casa.
“Ecco”, disse Jean dopo un po’.
“Ci stiamo muovendo?”
“Ha smesso di nevicare. È tutto ciò che so”.

Erano nuvole estive. O forse le tende leggere che oscillavano appena alla brezza di mezzogiorno. No, non erano nemmeno quelle. Era Guido che varcava adagio la soglia della terrazza in completo di lino bianco. Come le tende, come le nuvole.
“Ti sta benissimo, quel completo da crociera”, gli disse Zaira dopo averlo studiato.
“È per il nostro giro del mondo, ricordi?”
Aveva sempre quel sorriso malandrino, invecchiato con lui e con le loro vite.
“E quando ci imbarchiamo?”
“Appena sei pronta”.
“Ma i bambini?”, chiese Zaira con improvvisa apprensione.
“Sono in buone mani, stai tranquilla. Ora è il nostro momento e non pensare ad altro”.
“Non vorrei dimenticare niente, lo sai come sono fatta”.
Guido girellava per la stanza col suo Panama in mano, osservando oziosamente i dettagli che quasi settant’anni prima avevano curato insieme. Soprammobili, lampade, fotografie, gli stucchi francesi del caminetto.
“Questa puoi lasciarla qui”, disse indicando la fleboclisi accanto al letto, di cui Zaira non si era ancora accorta. “Partiamo leggeri”.
“Leggeri. Sì, lo sono. È una bella sensazione, forse è la prima volta che la provo”.
La mano di Guido sopra la sua aveva il tocco più familiare del mondo, era come aver ritrovato il pezzo mancante e averlo rimesso al suo posto su misura, combaciava senza sforzo, alla stessa temperatura e col medesimo diafano peso.
“Allora dici che posso venire così come sono?” gli chiese un’ultima volta.
“Sei bellissima così come sei”, e a quelle parole l’anello nuziale che le ballava sul dito smagrito gettò un bagliore complice.
“E com’è il mare?”
Si lessero a lungo negli occhi, che avevano entrambi azzurri, trovando insieme e nello stesso istante la risposta che avevano saputo da sempre. Com’è il mare? Com’è il mare?
“Calmo e profondo”.

Periferia con camion

Mario Sironi: Periferia con camion, 1920

L’avviso diceva:

Per motivi di servizio
venerdì 17 gennaio tra le ore 6 e le ore 19
il cortile non sarà agibile
I signori inquilini sono pregati di liberare il cortile da
autoveicoli, cicli e motocicli e ogni altro oggetto di proprietà
entro la mezzanotte di giovedì.

Si raccomanda altresì, nei predetti orari, di
lasciare sgombro il passaggio del cancello e degli spazi comuni,
in particolare le scale interne e l’androne.

            L’Amministratore

Gli abitanti del palazzo, gente modesta, si adeguarono senza proteste, avvezzi a sottostare a regolamenti e imposizioni e timorosi soprattutto di far inquietare lo scorbutico amministratore, cui nessuno osò nemmeno telefonare per un chiarimento rischiando una rispostaccia velenosa.
Il cortile in realtà era già vuoto: i ragazzini che ci giocavano a calcio si portavano via il pallone ogni volta, e altro non c’era che una vecchia Bianchina verde del ’59 sotto un telone, non più mossa da decenni causa invalidità del proprietario, che nel frattempo nessuno neanche più ricordava chi fosse (lui compreso).
“Magari rifanno la pavimentazione – auspicò qualcuno.
“Come no, e ci metteranno anche una piscina – sogghignò qualcun altro.
Il palazzo al 22 di via Aleardi era un condominio popolare degli anni ’50 di una anonimità esemplare. Sei piani senza ascensore, due scale, A e B, in totale 48 appartamenti tutti uguali simmetrici o speculari (cucinino/salotto/2camere/1bagno) intorno a un cortile di cemento. Vi abitavano famiglie di ferrovieri, operai, netturbini, pensionati, zitelle, un ex ladro e una maestra di pianoforte; tutti erano invecchiati lì o vi stavano invecchiando, e tutti cercavano di andare d’accordo o almeno di non urtarsi troppo a vicenda, scambiando qualche parola dai terrazzini delle cucine o quando si incontravano nell’androne per ritirare le raccomandate dell’affitto. Ma in quella circostanza, che ognuno in privato commentava con una sorta di attesa natalizia, fra tutti serpeggiò un insolito sentimento di solidarietà, uno spirito di gruppo, forse l’orgoglio di esibire il senso civico dell’intero palazzo e di rispolverarne la vecchia dignità avvilita.
Una piccola delegazione bussò alla porta dell’Ex Ladro (3° piano, scala B, int. 18) che ora riparava biciclette sotto padrone, e lo convinse ad andare contro i suoi nuovi princìpi: col magone, accettò di aprire la portiera della Bianchina (non aveva perso la mano, e non fece alcun danno) e quattro giovanottoni, di ritorno dal turno in fabbrica, si incaricarono di spingerla fino in strada, dove la parcheggiarono con cura e la ripararono nuovamente col suo telone. Il cortile era dunque vuoto già dalle cinque della sera precedente, e una vecchina del piano rialzato, maniaca della pulizia, passò diligentemente una ramazza più alta di lei su tutto il cemento “per non fare brutta figura”.
La mattina seguente, alle 7 in punto, un furgoncino varcò l’accesso al cortile: la scritta in grandi lettere rosse diceva “Ditta di Traslochi TEMPESTA & Figli”.
Al 2° piano scala A int. 11 il Bidello che soffiava sul caffellatte davanti alla finestra disse alla moglie: “Ma quale pavimentazione, quale piscina… è un trasloco!” e la moglie subito ad almanaccare chi fosse la famiglia che traslocava, e dopo di lei tutte le altre donne del palazzo che stavano anche loro in cucina a soffiare sul caffellatte dei mariti che andavano al lavoro e dei figli che andavano a scuola, e la Vecchina della Ramazza che parlottava con i ciclami sul davanzale e la Maestra di Pianoforte del 2° piano scala A che lasciava cadere le briciole di fette biscottate sul terrazzino per i passeri, e la coppia litigiosa del 5° piano scala B che sbatteva le porte e soprattutto la Pettegola Ufficiale del palazzo (1° piano scala B int. 1) che di un trasloco non era informata e si chiedeva indignata perché.
Dal furgoncino uscirono uno dopo l’altro, rapidi e decisi come marines, dei facchini in tuta blu; nessuno, sul momento, si prese la briga di contarli, ma più tardi, quando ci si rese conto che avevano formato una catena umana lungo la scala A dal cortile all’ultimo piano, ci fu chi azzardò due calcoli e ne uscì fuori una cifra che rasentava la cinquantina. E il meccanismo si mise in moto: dall’interno 33 del 6° piano scala A, finalmente identificato come centro dell’evento, cominciarono a uscire i primi scatoloni, che i forzuti sulle scale si passavano con veloce precisione fino a trasferirli dall’interno dell’appartamento all’interno di un grosso camion sopraggiunto nel frattempo a rimpiazzare il furgone. Su ogni scatolone c’era scritto un numero e il contenuto. Anche lì, sul momento, nessuno pensò di prendere nota, soprattutto per la rapidità con cui si svolgevano le operazioni, ma alcune diciture rimasero impresse. La prima tornata di scatoloni conteneva LIBRI: ne scesero decine, decine di scatoloni beninteso, anzi centinaia, e ognuno conteneva di certo decine di libri, in tutto diciamo qualche migliaio di libri, fra cui un’intera Treccani e l’Enciclopedia Britannica completa.
“Però, che pozzi di scienza! – commentò l’Inquilina Acida.
“Non so manco chi sono,” brontolò la Sorella Zitella dell’Inquilina Acida, “Quelli del 6° chi li conosce”.
Poi uscirono i bauli della biancheria. Sedici solo per (così era scritto sulle etichette) CORREDO NONNA INES, e il doppio etichettati come BIANCHERIA CORRENTE DI CASA. Le COPERTE e le TRAPUNTE scesero a parte, mica mischiate con LENZUOLA e TOVAGLIE, eh no; 29 scatoloni.
Per gli abiti usarono scatoloni appositi con gli attaccapanni dentro. Ne usarono tanti che avrebbero potuto metterci dentro tutta la Standa. Prima che avessero finito di trasportarli tutti nel camion, si erano fatte le nove, e il camion aveva ancora un sacco di posto malgrado le masserizie continuassero ad arrivare a ritmo impressionante. Finiti gli ABITI, toccò alle SCARPE. Ne furono contati 50 scatoloni. Le gente, ormai affacciata a tutte le finestre e dimentica del lavoro, della scuola, della spesa, cominciò a soffrire di allucinazioni. E accanto al camion, che continuava a ingoiare scatoloni senza batter ciglio, si piazzò un’autogru che fece sbalordire bambini e vecchietti, soprattutto quando la piattaforma salì e si portò all’altezza delle finestre dell’interno 33 piano 6° scala A e ne estrasse, un pezzo per volta, i mobili di casa. Mentre i marines dislocavano scatoloni di ADDOBBI NATALIZI (in numero di 82), SOPRAMMOBILI (in numero di 118), PENTOLE e CASSERUOLE (in numero di 98), ARGENTERIA (in numero di 75) e SERVIZI TAVOLA (divisi in Servizi TUTTI I GIORNI in numero di 63 e Servizi RICEVIMENTO di 104), l’autogru si occupò con titanica efficienza di oggetti di più grandi dimensioni.
Tra cui: una collezione di quadri comprendente una pala d’altare del ‘300 e L’urlo di Münch (quello autentico, e l’Ex Ladro nel vederlo si intenerì perché gli ricordava una sua riuscita impresa di gioventù), un letto matrimoniale a baldacchino 6 m. x 6, 7 armadi quattro stagioni a 18 ante ciascuno, un pianoforte a coda, un’armatura medievale completa di tutti gli accessori, un assortimento di lampadari di Murano e Boemia, una collezione di vasi Ming, ceramiche di Limoges e vetri Lalique, 3 monumentali stufe in maiolica, un organo a canne del settecento, un tavolo da biliardo per lo snooker, un laboratorio chimico, un albero di Natale alto 6 metri, 7 pendole massicce, un carretto siciliano e un plastico dell’Italia in miniatura 22 m. x 18. Ma quello che suscitò l’applauso fu la giostra con i cavalli, a grandezza naturale, che scese in trionfo girando lentamente e emettendo una musica dolcissima da carillon. I bambini del palazzo, rimasti in pigiama perché ormai avevano saltato la scuola, si portarono le manine al petto per la commozione.
La Pettegola Ufficiale diramò la notizia: si trattava dei Manzanares, sì, quella famigliola tanto riservata, marito moglie e 5 figli, gente educata buongiorno e buonasera, li si era sempre visti poco in tre anni che stavano lì, la signora stendeva il bucato sul terrazzino ogni settimana, 7 paia di mutande, 7 paia di calzini, 7 asciugamani, una tovaglia, mai visti tappeti orientali o copriletti di pizzo, mai sentito suonare il pianoforte o l’organo, mai dato ricevimenti, nessuno sapeva niente e chi ci capiva era bravo.
“Certo che devono averne, di soldi,” l’Inquilina Acida.
“Ma secondo te dove la tenevano tutta quella roba?,” la Sorella Zitella dell’Inquilina Acida.
“Quelli lì non me la contano giusta,” il Bidello.
Alle 11 passò il Postino, restò incantato e per quel giorno il suo girò si fermò lì.
Per strada si andava raccogliendo una folla curiosa; dovette venire il Vigile di Quartiere a regolare il traffico, ma anche lui si distraeva tutto preso da quel va e vieni di tavoli, tavoli e tavoloni, sedie seggioline e seggioloni, poltrone poltroncine e divani da 16 posti, casette delle bambole e fortini con i soldatini, una cucina da campo, 17 anfore romane, la Nike di Samotracia, 4 telescopi, 3 juke-box, e poi tutto quel materiale sportivo, biciclette di tutte le misure, due porte da calcio regolamentari, sci da fondo e da velocità, sacche di mazze da golf, un cabinato per la pesca d’altura, una pista per go kart… e qui la gente aveva perso non solo il conto ma proprio la testa, e ancora non era finita.
Intanto i sedani e le lattughe appassivano nelle sporte della spesa delle massaie che si erano fermate a guardare di ritorno dal mercato, e nel quartiere più di qualche armonia familiare, quel giorno, corse seri rischi.
I facchini non osservarono la pausa pranzo, e nessuno nel palazzo osò avere fame per non perdersi nemmeno un’immagine dello spettacolo. Verso l’una arrivarono la stampa e la televisione, intuirono la grandezza dell’evento, montarono un maxischermo e da quel momento tutti i passaggi della sensazionale operazione passarono in diretta mondovisione su tutti i televisori del pianeta. Fu così che anche in Amazzonia, Mongolia e Tasmania il mondo poté assistere al trasloco del reparto Animali: nell’ordine: una voliera con 22 pappagalli, un acquario tropicale da 1.500 litri, una muta di cani da slitta con relativa slitta, 38 gatti, una capretta, una vacca gravida, 14 stie di polli. La piattaforma della gru depositò a terra anche 55 metri di siepe di oleandri, un vigneto, una sequoia, una piantagione di banani e qualche centinaio di vasi di gerani e begonie. Più gli attrezzi da giardinaggio e un pozzo artesiano per l’irrigazione.
Gli inquilini del palazzo erano tutti affacciati sul cortile, cosicché il loro peso era tutto sbilanciato da una parte e se fosse stata una nave si sarebbe rovesciata.
Giornalisti intervistavano istericamente chi gli capitava a tiro, annotando dichiarazioni fantasiose che avrebbero garantito titoloni d’effetto sulle edizioni speciali dei quotidiani e dei telegiornali.
“Una cosa incredibile!”
“Siamo molto orgogliosi, davvero”.
“Grandi cose in questo quartiere!”
“Viva i lavoratori, abbasso il governo!”
“Adesso in Comune dovranno ricordarsi anche di noi e di via Aleardi: ma le ha viste le buche sull’asfalto? E i tombini tutti rotti?”
“Ė ora che ci mettano una fermata del tram anche a noi, diteglielo voi giornalisti a quelli in Comune!”
“Siamo gente onesta, noi, paghiamo le tasse. E amiamo il nostro quartiere!”
“Approfitto per salutare i miei parenti in Argentina, gli amiconi della Bocciofila e tutti quelli che mi conoscono!”

A metà pomeriggio una mamma rinsavì momentaneamente, spalmò del formaggino sul pane e fece fare merenda ai suoi bambini affacciati alla finestra. Vedendoli, anche gli altri bambini del palazzo ricordarono di non aver mangiato a pranzo e chiesero la merenda, e le altre madri rinsavirono anch’esse per dieci minuti, il tempo di spalmare formaggini su fette di pane, per poi tornare ad affacciarsi in vista delle fasi finali dello spettacolo, che ormai, poiché imbruniva, dovevano essere imminenti.
E infatti scesero ancora soltanto 14 comò Luigi Filippo, un totem Sioux da 12 metri, due sarcofaghi egizi e un veliero vichingo. Poi basta. Gli ultimi pezzi furono stivati con millimetrica perizia nel camion, la gru fu ritirata, i marines scesero ordinatamente le scale e risalirono in fila sul furgone, 50 e più che erano, poi i mezzi fecero manovra e lasciarono il campo fra gli applausi.

A quel punto, nel cortile vuoto entrò l’Amministratore Sgarbato, irriconoscibile in un frac a noleggio con le code che strisciavano per terra: teneva in mano uno sterminato mazzo di fiori e si capì che si stava disponendo all’uscita dei signori Manzanares per porgere loro il saluto. Ci fu qualche istante da aspettare, e tutti trattenevano il fiato, mentre i tecnici della televisione illuminavano a giorno il pozzo ormai scuro del cortile e tenevano inquadrata l’uscita della scala A.
Il Pompiere in Pensione del 6° piano scala B int. 13, che per tutto il giorno si era sentito salire l’adrenalina dei bei tempi, approfittò di quell’attesa per fare un paio di veloci telefonate e riuscì a radunare la fanfara dei Vigili del Fuoco, che promise di arrivare di gran carriera a sirene spiegate. E fece appena in tempo, perché finalmente si vide un taxi, una millecento nera con gli interni in skai amaranto, fare ingresso nel cortile, e tutti capirono che il momento era giunto.
Le grancasse, le trombe, i tromboni, i piatti e i pifferi si erano appena disposti quando dall’ingresso della scala A apparvero i signori Manzanares. Il marito con una barbetta, un pastrano vecchio stampo, la sciarpa fatta a ferri intorno al collo; la signora esile, messa in piega sciupata fatta in casa, cappottino modesto, guance pallidine; i 5 figlioletti in scala, paltoncini scozzesi, berrettini di lana, calzettoni di lana, guantini di lana, silenziosi e un po’ stralunati. E dietro di loro due istitutrici svizzere in mantella di loden e fiocchetti, il segretario particolare del signor Manzanares con occhialetti dorati e una borsa di pelle sotto il braccio, la cameriera personale della signora Manzanares in tailleur Chanel e una corpulenta balia ciociara con due gemelli in braccio.
“E quei due lì quando sono nati?”, trasecolò la Pettegola Ufficiale, che non aveva mai sospettato una gravidanza e meno ancora un parto gemellare.
“Ma dove dormiva tutta quella gente?” si chiedevano tutti.
“E dove tenevano i cani, i gatti, la capra…”
“… la vacca gravida, i pappagalli…”
“… il biliardo, la giostra… ”
L’Amministratore Sgarbato, per la circostanza in versione Amministratore Ossequioso in Frac, si fece avanti e travasò i fiori fra le braccia della sparuta signora Manzanares che, inquadrata subito in primo piano sullo schermo gigante, non trattenne un luccichio di commozione negli occhi e accettò con un sorriso timido, ma senza riuscire a proferire parola. Il marito le cingeva le spalle per incoraggiarla, ma era anche lui intimidito davanti al pubblico che adesso pendeva dalle sue labbra. Era chiaro che non potevano andarsene senza un discorso, sarebbe stato da ingrati e maleducati, e poi i cronisti li avevano già intrappolati dietro un mazzo di microfoni.
L’Amministratore Ossequioso in Frac si fece da parte (non troppo, però, e badando a non uscire mai del tutto dall’inquadratura) e invitò l’ormai ex inquilino a prendere la parola.
“Sì, sì, certo… il fatto è che, vedete, io e la mia Signora… non siamo abituati… per noi ecco, è una cosa del tutto nuova… siamo gente comune, non ci aspettavamo tutto questo… tutto questo interesse…”
Si schiarì la voce, abbracciò con lo sguardo la sua famigliola e continuò per amor dei suoi figli:
“A nome di mia moglie e dei miei bambini, io… ecco… ringrazio tutti per la pazienza e la comprensione con la quale avete sopportato il disagio che vi abbiamo creato con il nostro… ehm… trasloco. Lasciamo questo appartamento con molto rammarico, non solo perché vi siamo stati felici ma anche perché andandocene perdiamo dei vicini squisiti come voi. Non vi dimenticheremo, ve lo promettiamo”.
Gente che si commoveva, gente che si asciugava gli occhi, che tirava su col naso, che abbracciava i propri figlioletti per farsi forza: l’intero palazzo era caduto prigioniero dell’incantesimo di quel commiato, e credeva di vivere in un film.
“E a questo proposito”, continuò il signor Manzanares, che ora sembrava più sicuro di sé, “teniamo, la mia Signora e io, ad assicurare tutti che la nostra partenza non è dovuta e presunti disaccordi con il condominio o i suoi inquilini, ma a motivi strettamente familiari. Un membro della nostra famiglia”, e qui la sua voce si ruppe per un attimo, e la signora Manzanares rabbrividì e sulle guance dei bambini apparvero lunghe, silenziose lacrime, “dicevo, un membro della nostra famiglia ha un grave problema di salute e necessita di un clima più salubre. Si tratta di lei”, indicò la figliolina maggiore, ma non proprio lei bensì il fagottino di ovatta che lei scaldava fra le mani. Le cineprese zummarono precipitosamente sul fagottino, e la bimba lo svolse delicatamente sotto le luci, premettendo così di inquadrare e mandare sul megaschermo una minuscola tartaruga, grande come una moneta da 500 lire, avvolta in un panno di lana. Aveva gli occhietti semichiusi, bollicine di muco al naso e il beccuccio semiaperto per respirare.
“Come vedete”, spiegò Manzanares facendosi forza, “la piccola Ruth soffre di asma, e noi ci sentiamo angosciati e in colpa per le sue condizioni. Perciò abbiamo deciso, la mia Signora e io, di trasferirci in un clima più mite, dove la nostra piccola Ruth possa recuperare la salute”.
A questo punto, chi non piangeva non poteva che essere una persona insensibile e malvagia, e lo stesso Bidello si sentì un po’ un verme mentre, per salvare la sua fama di cinico, bofonchiava tra sé: “Questi qua mi sa che ci stanno prendendo un po’ per il culo…”
Gli altri inquilini, invece, cominciarono ad applaudire, dapprima timidamente poi in modo sempre più festoso, e con il battimani accompagnarono le ultime fasi dell’addio, sollevati di non esserne loro la causa e quasi volessero sospingere la piccola Ruth con l’incoraggiamento verso una vita migliore.
Manzanares fece ritirare i microfoni, strinse la mano all’Amministratore Ossequioso in Frac e fece cenno alla famiglia di salire sul taxi. Per prima entrò la balia ciociara con i due gemelli, poi i cinque bambini, le due istitutrici, la cameriera, il segretario; la signora Manzanares, prima di entrare, sollevò lo sguardo e salutò le finestre con un sorriso emozionato, il marito la imitò, poi sparì dentro anche lui e, mentre la fanfara dei Vigili del Fuoco intonava il Valzer delle Candele, da ogni balcone piovvero fiori coriandoli stelle filanti saluti festosi e baci, e in cielo si alzarono palloncini e fuochi artificiali, e il taxi si girò e varcò l’uscita e prese la strada, scortato da poliziotti motociclisti e tra due ali di folla commossa.
“Che giornata!”
“Indimenticabile!”
“Domani dobbiamo fare la giustificazione per la scuola”.
“Anche per i compiti, mamma!”
“Ma chi l’avrebbe mai detto?”
“Che strana gente, però…”
“Sì, ma di buon cuore. Quella povera tartarughina, ma l’hai vista?”
“Un amore!”
Gli spettatori sciamarono via ancora intontiti e sognanti, mentre giornalisti e cineoperatori smontavano e riponevano le attrezzature; le luci si spensero nel cortile, si accesero quelle nelle cucine, i quattro giovanotti riportarono al suo posto la vecchia Bianchina del ’59 e tutto tornò come prima del gran fatto: grigio, anonimo e silenzioso.

La Vecchina con la Ramazza non aveva visto niente, perché era uscita alle sei e mezza per tenere compagnia a una sorella in ospedale ed era rientrata a cose fatte. Solo, si accorse dei coriandoli per terra e sospirò ai suoi ciclami: “Avranno fatto una festa, e adesso guarda qua: chi pulisce? Mah, vuol dire che domattina mi alzerò un po’ prima e darò una sistemata io. Quanta pazienza, però!”
La ramazza, nell’angolo, annuì.

Suis pas Charlie

No, non sono Charlie.
Non sono islamofoba, non sono razzista, non sono con chi usa mezzi di comunicazione per esprimere concetti ingiuriosi invocando la libertà di stampa. Libertà di stampa significa libertà di informare sulla verità assodata. Significa libertà da censure di regime ma in nome del diritto all’informazione veritiera. Non significa licenza di accusare, denigrare, offendere. Questo è abuso della propria posizione e esortazione all’odio razziale e di religione. Non è giornalismo, né satira.
Non è libertà di stampa pubblicare notizie infondate o non controllate o gonfiate. Poco conta che a volte, in un secondo momento, seguano delle rettifiche: intanto il male è fatto, i mostri che non erano mostri sono passati in prima pagina sotto gli occhi di tutti, le esternazioni personali e velleitarie hanno preso piede nella testa della gente, ne pilotano l’opinione, si sostituiscono alla capacità critica individuale.
E non è satira infangare sghignazzando dei valori che altri tengono per sacri: la propria famiglia, la propria religione, la propria onorabilità. Per me la satira di Charlie Hebdo ha sbagliato. Qualunque satira per me sbaglia quando sconfina oltre il limite di quel minimo di rispetto e correttezza che il più comune codice etico umano riconosce. Non è il fatto di nascondersi dietro la “satira” che può legittimare l’insulto pesante e volgare, se non addirittura gratuito: anzi, è viltà usare questo strumento critico e i canali di comunicazione di massa per attaccare con disprezzo chi non la pensa come noi.
Io non credo a questo giornalismo e a questa satira. Ne rifiuto l’arbitrio, il protagonismo, il sensazionalismo, l’arroganza e il delirio di onnipotenza. E soprattutto la presunzione di impunibilità.

Non sono ovviamente neanche per il terrorismo: non è questo – non lo è mai – lo strumento per reagire alle offese e alle provocazioni. Quindi non sono né sarò mai di quelli che dicono “Se la sono cercata”. La redazione di Charlie Hebdo? Martiri, sì, ma non della libertà di stampa. Martiri del terrorismo, la cui follia, violenza e irragionevolezza non meritano nemmeno un mio post.

No, non sono Charlie.
Ma penso a Parigi, città violata, e mi dico: ecco chi sono, je suis Paris.

Obbligo di catene

(nell’immagine: La pelliccia di leopardo, di Alberto Manfredi – 1994)

I giorni subito dopo il Natale, quella loro atmosfera di sazia indolenza prima che si accenda l’elettricità del Capodanno. Ieri pomeriggio sono andata in centro per cambiare un regalo; c’era stata una nevicata durante la notte ma poi un sole scialbo e fugace ne aveva sciolto gran parte, lasciandone cumuli di fanghiglia a bordare i marciapiedi. I passanti avevano dismesso l’aria festosa della vigilia e indossato quella pigra e opulenta dei giorni di vacanza, con la quale occhieggiavano le vetrine senza più la febbre dell’acquisto e sceglievano i migliori caffè per celebrarsi con bevande calde e lussuose.
Uscita dal negozio, non avevo voglia di fare altrettanto: l’imbrunire stava arrivando e stava tornando anche il nevischio, attraverso il quale le luci delle auto e delle luminarie si percepivano più brillanti e tremolanti. Ho raggiunto la fermata del mio autobus e mi sono disposta ad aspettare insieme ad altre persone che, come me, dovevano aver collegato la ripresa della nevicata al desiderio di ritrovarsi a casa al sicuro e al caldo.
Dalla parte opposta della strada stava arrivando un altro autobus, e una donna improvvisamente ha attraversato di corsa per non perderlo, agitando un braccio come nei film si chiama un taxi. Indossava una pelliccia maculata e saltellava con un’eleganza molto parigina fra le pozze di guazza, mentre la sua mano guantata faceva cenno al conducente di aspettarla più come dando un ordine che chiedendo una cortesia.
Ė sparita dietro la sagoma del mezzo, e quando questo è ripartito ho constatato che non era rimasta sul marciapiedi.
Quell’immagine, durata pochi istanti, mi ha ricordato Philippa. Forse per la pelliccia di leopardo e le lunghe gambe inguainate in quelli che sembravano pantaloni da sci, neri, del modello elasticizzato che usava anni fa. Nell’insieme, un abbigliamento insolito e molto seducente, ma anche molto anni ’50, molto diva del cinema. E poi, certamente, la neve.

I nostri amici ci avevano invitati a passare una domenica nel loro chalet sopra Cortina. Fabrizio era di gusti costosi. “Voglio mostrarti come lo abbiamo ristrutturato”, mi disse, “è venuto benissimo. Ė proprio fantastico”. Molte cose erano fantastiche, per Fabrizio. Anzitutto il suo successo e i soldi che guadagnava. E Philippa era fantastica. Ad un certo punto della nostra amicizia – un’amicizia più mondana che autentica – aveva smesso di parlare di lei come di “una cara amica che fa l’arredatrice”, e ora la definiva “la mia fidanzata, una donna fantastica”. Svedese, o danese. Il tipo scandinavo comunque, capelli biondi e bellezza fredda.
Quella mattina la vallata era una conca di neve, su cui spiccavano i costumi colorati degli sciatori. Poiché noi due non sciavamo, ci sistemammo sul belvedere di un locale a mezza costa da cui partivano le sciovie e prendemmo il sole guardando il panorama e bevendo qualcosa mentre i nostri ospiti facevano un paio di discese prima di pranzo.
“Ė prevista una nuova nevicata”, si scusò Fabrizio, “e sarebbe un peccato perdere una giornata di sci come questa”. Un vero peccato, poiché era senza dubbio fantastica.
Io ho sempre detestato la montagna. D’inverno forse sono disposta a sopportarla, purché ci sia la neve fuori e un bel caldo dentro; ma in ogni caso non è il mio ambiente, e più tardi, mentre pranzavamo in un ristorante caratteristico stipato di boccali di peltro e cuscini tirolesi, non vedevo l’ora che tutto finisse e che potessimo tornare a casa nostra in città.
Per il caffè andammo finalmente a visitare lo chalet rinnovato. Dall’esterno, una casetta in stile cadorino, ma all’interno un sorprendente design minimale addirittura con pezzi di artigianato africano e asiatico. Nell’insieme, un’algida show-room che avrebbe benissimo potuto affacciarsi su un panorama di grattacieli metropolitani invece che su quello delle Tofane. Ma Fabrizio “Tutta opera di Philippa, un genio. Non è fantastico?” e Philippa, artefice del progetto, sorvolava sui complimenti con un sorriso duro, senz’anima. La disposizione delle stanze e l’arredamento non riflettevano alcuno spirito originale né, men che meno, femminile. Ricordo che provai molto freddo davanti alla cucina cromata e intonsa e ai bagni piastrellati di marmo.
Dopo il caffè e parecchi liquori e chiacchiere, insistettero per una passeggiata sul corso principale. Fu allora che Philippa indossò la pelliccia di leopardo. Fabrizio le camminava a fianco a testa nuda, tenendola per un braccio, ma lei tenne ostinatamente le mani in tasca. La neve cominciava a cadere di nuovo, nell’aria c’erano musiche natalizie e profumi, e il momento del non ritorno passò senza che ce ne accorgessimo. Alle quattro del pomeriggio le strade secondarie erano completamente sepolte e raggiungemmo lo chalet sprofondando nella neve fresca. Una telefonata confermò che la situazione era critica, e come dicevano alla radio era sconsigliato mettersi in viaggio se non per motivi di ineludibile necessità.
“Mi dispiace, mi dispiace”, continuava a dire Fabrizio, “ma non preoccupatevi: potete restare qui, e domani i mezzi avranno liberato le strade e potrete ripartire”. Philippa, lei, taceva sempre: la cosa le era indifferente. Noi le eravamo indifferenti. Si sistemò sul divano allungando le lunghe gambe su un pouf e partecipò pochissimo alla conversazione che imbastimmo per tirare a sera. Andò a finire che parlammo soprattutto Fabrizio e io, che allora eravamo colleghi di lavoro e qualche argomento in comune lo avevamo, ma in questo modo era giocoforza escludere gli altri. E tuttavia il silenzio sarebbe stato peggio. La televisione ovviamente non prendeva quasi nulla: cercammo di vedere qualcosa, il Circo di Montecarlo, un telequiz, un notiziario, ma lo schermo e l’audio erano disturbatissimi. Per cena comparvero del pane e del salame, una ciotolina di olive, del formaggio locale, del foie gras di gran marca e un rosso davvero eccellente. Per fortuna, perché fu l’ultima cosa con cui ci scaldammo, dato che poco dopo mancò la corrente e ci ritrovammo istupiditi al buio nel soggiorno minimale, dove il caminetto presto smise di rosseggiare poiché, come scoprimmo, era elettrico come tutti gli altri della casa. Philippa sparì con una torcia in mano, lasciandoci con Fabrizio a osservare desolati dai vetri l’intero paese al buio, salvo due o tre flebili luminosità in qualche grande albergo dove erano partiti i generatori. Quando tornò, confabulò un attimo con Fabrizio prima di sparire di nuovo su per la scala del piano notte. Fabrizio ci riferì: “Ragazzi, brutte notizie: il nostro generatore è in panne. Philippa non riesce ad attivarlo, e se non ci riesce lei che è l’esperta…”
Lei ci aspettava di sopra, sulla soglia della camera degli ospiti. Con nordica efficienza, aveva deposto sul letto una trapunta aggiuntiva e due coperte. Ci fornì anche di una torcia e ci offrì un paio delle sue pillole per dormire. Più che una premura, mi sembrò un gesto molto strano, e molto freddo. Forse per il modo impersonale con cui faceva, in fondo, ogni cosa, e trattava, suppongo, ogni persona, Fabrizio compreso.
Quella notte li sentimmo litigare. Lei aspra, lui imbarazzato, ma a lungo, con un brusio incostante e stridente che passava attraverso i muri, il corridoio e la coltre pesante sotto cui ci eravamo raggomitolati. Non sentivamo le parole, solo i toni, così secchi e odiosi da sembrare degli ultimatum, delle condanne. Il vino, il freddo, il disgusto: mi venne mal di testa, lì al buio, finché dopo mezzanotte cominciammo a sentire il ronzio dei mezzi spazzaneve nascere da lontano e crescere su piani alterni e concentrici, popolando la notte di segni di speranza. Doveva avere smesso di nevicare. Il rumore ipnotico – le fusa di un grosso gatto meccanico – ci accompagnò nel sonno.
Ci svegliammo alle prime luci. Il paesaggio che spiammo socchiudendo un’imposta era di un biancore maestoso, bellissimo e terribile. Stracci di azzurro salivano tre le vette della conca. Qualcosa di lamiera brillava intensamente su un tetto. Ora gli spazzaneve erano più lontani, e il loro ronzio era sostituito dal ritmico raspare delle vanghe degli spalatori che ripulivano le strade secondarie e gli accessi alle ville private. L’elettricità non era ancora tornata. Ci sciacquammo il viso con l’acqua fredda e provammo a scendere in cucina, facendo pianissimo perché la porta dell’altra camera da letto era ancora chiusa. Dormivano.
La tentazione di partire subito, lasciando un biglietto, era forte, ma poi decidemmo di aspettare un altro po’ per salutarli.
“Perché non proviamo a scendere in paese? Magari da qualche parte ci sarà un bar funzionante e potremo prendere un caffè. Magari informarci anche sullo stato delle strade…”
Lungo la discesa parlammo con alcune persone: il vicino della villetta più in basso, che stava spalando il vialetto, ci confermò che l’elettricità stava tornando a zone e che entro poco avrebbero raggiunto anche la nostra. Operai che scendevano a bordo di un mezzo di servizio ci dissero che le strade principali erano percorribili, ovviamente con prudenza e a velocità ridottissima. Sul corso trovammo molta gente al lavoro per liberare gli accessi ai negozi e alle case, e dai locali entravano e uscivano avventori avvolti in nuvole di alito di caffè. Bevemmo il nostro in una caffetteria deliziosa, dove la padrona, avendo capito che eravamo di città, ci riservò un trattamento cordiale rassicurandoci alquanto. Ci facemmo impacchettare una confezione di marrons glacés per i nostri ospiti e un trancio di strudel da portare a casa.
Allo chalet ci venne incontro Fabrizio, scusandosi per averci trascurati restando a poltrire. Capiva perfettamente la nostra decisione di metterci in viaggio prima possibile, approfittando della pausa di sereno. La nostra auto, al sicuro nella rimessa, partì al primo giro di chiave; lasciammo girare il motore qualche minuto perché si scaldasse, e intanto ci facemmo i saluti. Con Fabrizio riuscii a essere molto affettuosa: lo abbracciai ripensando all’increscioso litigio con Philippa di quella notte. Forse non tutto era così fantastico, nella loro vita. Lei apparve solo all’ultimo momento, e non abbracciò nessuno. Era lì, sulla soglia, avvolta nella pelliccia di leopardo da attrice di Hollywood degli anni ’50, a gambe nude e scalza. Fui subito certa che sotto la pelliccia non indossasse niente. Nell’ultima immagine, Fabrizio che si sbraccia mentre facciamo retromarcia verso il cancello, e lei sempre sulla soglia, che agita la mano destra in un blando segno di saluto. Poi raddrizzammo il muso della macchina e prendemmo la discesa, lasciando lo chalet e i suoi abitanti dietro la prima curva.

Ora non lo so, se quella di ieri in centro fosse davvero lei. In teoria è assai poco probabile, perché negli anni seguenti so che si erano divisi e lei immagino fosse tornata in patria, o almeno si fosse trasferita in una città più grande, più adatta alle sue ambizioni. Anche Fabrizio e io ci eravamo in qualche modo divisi: dapprima per motivi di lavoro, poi per il fisiologico allentamento dei rapporti che si crea quando non si è più colleghi e si frequentano altri ambienti.  Di certo, lei non l’ho più rivista. Ho visto anche sempre meno pellicce, in giro, e neanche più una sola di leopardo. Poche donne saprebbero portarla, credo: attrici, indossatrici, first ladies, forse, ma avrebbero subito tutti gli animalisti contro. Al contrario, lei a questo sarebbe rimasta del tutto indifferente.
Forse, se la donna in pelliccia che ieri ha fermato l’autobus con tanta imperiosità l’avessi guardata più da vicino avrei colto qualcosa che, malgrado gli anni trascorsi e lo sbiadimento del ricordo, me l’avrebbe fatta riconoscere con sicurezza.
O forse avrei notato che non era poi così alta come sono alte le donne svedesi o danesi, e che neanche gli occhi avevano la luce delle albe nordiche, né il volto era levigato come la porcellana delle bambole di lusso; che la pelliccia di leopardo era solo un facsimile sintetico di poco prezzo e gusto volgare; che la borsa era una Louis Vitton da marciapiede e il gesto regale con cui aveva intimato l’alt al conducente era accompagnato da una smorfia irosa. Forse l’autobus l’avrebbe condotta in un quartiere periferico di fabbricati popolari tutti simili, con giardinetti vizzi contesi da condòmini litigiosi e terrazzini squallidi dove i panni stesi penzolano grigi. Forse abita uno di quegli appartamenti pieni di magagne che nessuno vuole aggiustare, e porta a riparare le scarpe dal calzolaio avvolgendole in fogli di vecchie riviste di arredamento e architettura.
Forse era lei. Forse era proprio Philippa. Forse.

I custodi

Non era così che volevo arrivare a Natale, non così affannata, insoddisfatta e in ritardo con tutto. Avevo programmato bambini docili, papà collaborativo, umori radiosi, estro in cucina e pace nel mondo, e invece il pomeriggio della Vigilia è stata l’ennesima prova di sopravvivenza. Il gatto si è appeso ai festoni dell’albero tirando giù tutto. Il papà ha imprecato così forte da farlo scappare a nascondersi chissà dove, e all’ora di andare a letto non si era ancora rivisto. La figlia di mezzo se l’è presa col papà per via del suo gatto amatissimo ed è corsa a chiudersi in camera sua a piangere istericamente. Il grande si è messo a tirare calci alla porta per farla smettere. I gemelli di un anno hanno cominciato a gridare a squarciagola anche loro, così la tosse gli è aumentata e quasi si strozzavano. Il papà seccatissimo è uscito a prendere un po’ d’aria lontano da questa gabbia di matti, e quando è tornato si è arrabbiato di nuovo perché non era cambiato niente e in più si era accorto di aver perso gli occhiali da riposo.
Io in cucina, tentando di portarmi avanti con i preparativi del pranzo di Natale, ho fatto impazzire la maionese per spalmare burro e marmellata sul pane della merenda, afflosciare il soufflé per pulire nasi colanti, lasciato bruciare la zucca per pacificare i turbolenti e dimenticato di scongelare l’arrosto per riordinare il macello in salotto.
Alle sette ho dovuto lasciare la cucina per fare il bagnetto ai gemelli, e sul più bello telefona la cognata per gli auguri in anticipo (domani vanno a pranzo al ristorante, loro!); il papà è stravaccato davanti al televisore e tocca rispondere a me, con il cordless incastrato tra guancia e spalla mentre strofino i piccoli con l’asciugamano. Il grande e la media adesso litigano per la doccia, e il gatto è sparito, forse per sempre, lui, l’unico in questa casa che mi riservava attimi di serenità e languide fusa. Lo sciroppo per la tosse dei gemelli finisce sui bavaglini, gli altri si lamentano perché la minestra scotta e mi sono dimenticata di preparare i crostini; il papà a cena brontola ancora per gli occhiali e incolpa il solito gatto, scatenando nuove crisi di pianto nella figlia gattofila, mentre a me è venuto finalmente il mal di testa tanto aspettato. Inoltre comincio a sentire freddo: l’acqua per lavare i piatti non si riscalda, e capiamo presto che la caldaia è andata in blocco. Che tempismo: ora per parlare con il tecnico dovremo aspettare al freddo tre giorni, e io ho due mocciosi con la tosse e sono freddolosa.
Dopo cena cerco di combinare ancora qualcosa in cucina ma mi sento impotente di fronte al programma in ritardo, e poi col mal di testa non ci ragiono più: meglio andare a letto e rimandare tutto a domattina presto, sperando in qualche miracolo. Del resto il papà a letto ci è già andato perché senza occhiali accidentaccio non riesce a guardare a lungo la tele e poi non c’è niente di interessante da vedere, sempre le solite fetecchie di Natale e uno intanto paga il canone ma perché dico io si può sapere perché.

Devono essere le sei, o almeno lo spero. Spero non sia più tardi, perché ho tantissimo da fare e contavo di approfittare di questi momenti in cui tutti dormono ancora. La prima sensazione è di tepore. Eh sì, i radiatori sono caldini, la caldaia si deve essere sbloccata da sola. Chissà, forse solo una bolla d’aria, Dio ti ringrazio. Dalla cameretta dei gemelli non sento gorgoglii preoccupanti: i loro respiri sono calmi e regolari, e mi rendo conto che hanno dormito tutta notte senza tossire. Il grande ha lasciato scivolare la coperta per terra: piano piano gliela rimbocco addosso, lui si gira con un sospirone felice e grazie a Cielo non si sveglia. La media dorme abbracciata a un peluche che la consola, almeno nel sonno, dalla perdita del gatto. Il papà russa, quindi va tutto bene e continuerà ad andare tutto bene almeno per un’altra oretta.
Io scendo in cucina.
Davanti ai fornelli c’è una vecchina con la crocchia, un vestituccio nero a fiorellini e un grembiule immacolato in vita. Sta mescolando religiosamente una pentola che fuma, e un’altra pentola coperta sobbolle sul fornello accanto sprigionando un soave profumo di ragù mentre, sui ripiani, dei canovacci puliti coprono amorosamente dei vassoi di qualcosa. Il gatto è ricomparso e dorme placido nel suo cestino attaccato al termosifone, come se nulla fosse successo.
“Nonna…” sussurro incantata.
La nonna si gira, mi sorride, posa il mestolo e mi viene ad abbracciare con infinita semplicità.
“Buon Natale, tesoro” mi dice, ed è proprio la sua voce, quella che si è spenta tanti anni fa.
“Nonna… ma non eri morta?”
La nonna è morta quand’ero appena ragazzina. Non sono cose che si possano equivocare o dimenticare. Gli ultimi giorni li aveva passati a casa nostra, i miei le avevano riservato la mia cameretta e il mio letto per farla stare più comoda con la flebo e l’ossigeno, e io dormivo nella stanzetta del guardaroba e ogni mattina salivo a salutarla prima di andare a scuola.
“Guarda, ti ho fatto la pasta fresca” mi dice, indicando i vassoi e i canovacci.
Mi ricordo il tavolone di cucina in casa dei nonni, le vigilie della grandi feste: la sfoglia tirata, le linee tracciate con una riga da disegno di legno, la ciotolona con il ripieno che imparavo a dosare tra pollice e indice per depositarlo nei quadrati, e quel gesto antico e preciso della nonna per chiudere i tortellini che invece non ho mai saputo riprodurre.
“E qui c’è il ragù, lo faccio andare pianino pianino. Intanto è pronta anche la besciamella, è venuta proprio vellutata come si deve” e me ne dà dimostrazione sollevando il mestolo dal quale cola un nastro bianco e cremoso esente dal benché minimo grumo.
“L’arrosto è pronto in forno, già farcito e legato con gli aromi. Il purè dovrai farlo tu all’ultimo momento, ma è facile”.
“Ma nonna, hai cucinato tutto…”
“Ti ho lasciato riposare, ne avevi proprio bisogno”.
Oh sì che ne avevo bisogno, ero così stanca ieri, e avevo tanto mal di testa… ma adesso è sparito, non ce l’ho più, non ho più mal di testa e non mi sento neanche più così stanca. E il gatto è tornato, sono proprio felice!
“Sai dov’era? Si era nascosto dietro la caldaia, qualcosa deve averlo spaventato” mi spiega sorridendo.
Le piacevano i gatti, amava tutti gli animali ma i gatti in modo speciale.
“Lo ha trovato il nonno quando è sceso a riparare la caldaia” aggiunge poi, come se fosse una cosa normale, semplice da capire.
“Il nonno?”
“Lo sai che è un bravo artigiano, un vero aggiustatutto. Ve l’ha sistemata in un attimo, sei contenta? Non potevate mica stare al freddo proprio a Natale, ti pare?”
“Il nonno, il nonno mio! Dov’è, dov’è, che voglio rivederlo!”
“Oh, il nonno, lo sai come è fatto: un po’ orso. Non voleva commuoversi e così ha fatto il lavoro e poi se ne è andato. Ė andato alla stazione a vedere i treni. Gli piacciono tanto, i treni”.
Oh sì, quanto gli piacevano i treni! Da piccola mi portava spesso a vederli, dopo i pranzi di famiglia a casa loro; i grandi restavano in salotto a chiacchierare e noi due uscivamo per fare due passi dopo l’abbondante mangiata, io appesa alla sua mano calda di falegname. Guardavamo i treni di lusso e i notturni, e poi le littorine e i merci, e io imparavo a leggere i cartelli con i nomi delle destinazioni. In tasca aveva sempre delle mentine o delle liquirizie.
“Avrei voluto che conoscesse i miei bambini…”
“Non ti preoccupare. Li ha visti. E gli sono piaciuti tantissimo. Ma loro hanno già i loro nonni”.
Hanno i loro nonni, è vero, ma sono nonni di oggi. Gran bravi nonni, ottimi nonni, moderni, sportivi, però non somigliano a quelli che ho avuto io. Quelli sì che erano nonni, avevano una specie di magia, sembravano personaggi delle fiabe, ed erano capaci di miracoli e incantesimi.
“Ah, guarda che ho spalmato un po’ di Viks Vaporub sul petto ai gemelli: hai sentito come respirano meglio? E gli occhiali di tuo marito erano al loro posto, sul tavolino del salotto ma sotto il giornale. Ora è tutto a posto. E io me ne devo andare”.
Non so se sia stata un’ultima magia, ma mi sono accorta che non mi veniva da piangere come mi sarei aspettata al momento dell’inevitabile congedo. Mi sentivo commossa, sì, ma non era di piangere che avevo voglia, bensì di sorridere e sentirmi straordinariamente felice, come poche altre volte nella mia vita adulta. Più come sapevo esserlo da bambina, direi.
E così l’ho salutata e l’ho lasciata andare, perché il campanile già suonava la prima Messa, e la nonna non avrebbe mai voluto perderla o arrivare in ritardo. Ma io credo che tornerà ancora. Se mi troverò proprio nei guai, io ci credo: tornerà.

(dedicato a nonna Luigia e nonno Giacinto, i veri Custodi della mia lontana infanzia)

Badanti a Natale

– Io vengo di Moldavia.
– Io vengo di Ucraina.
– Noi a Moldavia celabbiamo Babbo Natale.
– Anche noi da Ucraina celabbiamo Babbo Natale.
– Tutti paesi poveri celanno Babbo Natale.
– Italia no povera, Italia no Babbo Natale.
– Italia regali Natale li porta genitori nonni zii.
– Italia genitori nonni zii è ricchi, celà soldi per regali.
– Italia regalano bambini computer e plestèscion e scarpe 300 euri.
– Italia regalano smarfon e rolex oro.
– Noi Moldavia no soldi no ricchi no oro no neanche scarpe.
– Noi fame e no panettoni.
– Noi freddo e no giacconi firmati.
– Noi poveri e no vacanze Cortina.
– Neanche Sescèl.
– Poveri italiani.
– Spendono tutti soldi per regali.
– Ecco perché c’è crisi. Grossa grossa crisi.
– Noi fortunati che celabbiamo Babbo Natale che pensa tutto lui.
– Senza pagare niente, che non celabbiamo soldi.
– Noi Ucraina Babbo Natale ci porta calzettoni lana grossa e arance.
– Noi Moldavia Babbo Natale ci porta fazzoletti e noci.
– Miei signori fatto albero di Natale 3 metri: 1.000 euri.
– Miei fatto presepio 5 metri con trenino e cascate: 5.000 euri.
– C’è crisi.
– C’è grossa crisi.
– Mia figlia fatto scuole, è maestra, dice bambini italiani viziati, in classe sempre giocano con cellulare.
– Mio figlio capufficio in fabbrica, dice operai italiani sempre beve caffè alla macchinetta.
– C’è crisi.
– C’è grossa, grossa crisi.
– Cavolfiori a 3 euri e 50.
– Casa mia Moldavia cavolfiori gratis in orto quanti vuole.
– Poi quelli poveri siamo noi.
– Mondo tutto rovescio.
– Beh vado a fare bagno al nonno.
– Io farmacia comprare pannoloni.
– Poveri vecchi.
– Figli non vuole bene.
– Figli egoisti.
– Italiani così. No come noi.
– Perché italiani non crede Babbo Natale.
– Crede Renzi, che coglioni eh.

Il mio Maestro Gabriel Garcia Marquez

Il 3 ottobre scorso, nella mia biblioteca, abbiamo parlato a lungo di Gabriel Garcia Marquez.
Ho parlato, dovrei e devo immodestamente dire; e questa roba luuunga qua sotto è la mia esposizione: tutta, tuttissima farina del mio sacco. Le citazioni dell’Autore, in corsivo, sono state lette da Mirko, partner affiatato e affidabilissimo di altre serate culturali, passate e spero anche future. Pubblico questo lavoro perché non mi vergogno di ammettere che ne sono rimasta soddisfatta: era tanto che volevo farlo, un po’ mi intimoriva ma alla fine è venuto come volevo.

Quando il 17 aprile scorso ho saputo della sua morte, il mio primo pensiero è stato “Devo assolutamente dedicare una serata in biblioteca a Gabriel Garcia Marquez”.
Il secondo pensiero, un attimo dopo, è stato “Ma cosa gli racconto che non sappiano già, di questo scrittore così famoso?”
Saprete già, infatti, che era nato in un villaggio della Colombia settentrionale, che durante l’infanzia era stato cresciuto dal nonno, un ex-colonnello liberale, e dalla nonna, un’india guajira grande conoscitrice di fiabe e leggende locali.
Che aveva lasciato gli studi di giurisprudenza a Bogotà per dedicarsi alla scrittura; che aveva iniziato pubblicando articoli su alcuni giornali; che il giornalismo è stato fra le sue passioni più precoci e più tenaci; che in giovane età aveva soggiornato a Roma, Parigi, Londra, prima di stabilirsi in Venezuela e mettere su famiglia con Mercedes, dalla quale avrà due figli maschi. E che con Mercedes mette la testa a posto dopo una giovinezza di nottatacce sregolate e amorazzi goliardici.
Che il suo cuore batteva a sinistra e lo portò anche a Cuba dove nacque un’amicizia personale con Fidel Castro; che questo orientamento ideologico gli procurò qualche difficoltà anche sul lavoro, impedendogli di fare carriera giornalistica negli Stati Uniti, ma non di essere invitato alla Casa Bianca dal presidente Clinton, suo grande estimatore.
Che si adoperò come mediatore nella lunga e mai risolta guerra fra governo colombiano, narcotrafficanti e guerriglieri.
Che fin dagli anni ’70 aveva scelto di vivere e lavorare definitivamente in Messico, dove raggiunse fama internazionale con romanzi indimenticabili che gli valsero, oltre a molti premi prestigiosi, il Nobel per la letteratura nel 1982 con la motivazione “per i suoi romanzi e racconti, nei quali il fantastico e il realistico sono combinati in un mondo riccamente composto che riflette la vita e i conflitti di un continente“.

Che gli ultimi anni della sua vita, per il resto ricca, varia e gratificante, furono segnati da un cancro linfatico, dal quale si riprese a tal punto da riuscire a scrivere un ultimo romanzo, Memoria delle mie puttane tristi, e la prima parte della sua autobiografia, Vivere per raccontarla, prima di cedere a un’infezione polmonare alla bella età di 87 anni il giovedì santo di quest’anno.
Tutte queste cose le sapevate già, oppure le sapete adesso, riassunte alla bell’e meglio; così come conoscete i titoli dei suoi romanzi più famosi, da Cent’anni di solitudine a L’amore ai tempi del colera, da Cronaca di una morte annunciata a Il generale nel suo labirinto, da L’autunno del patriarca  a Dell’amore e di altri demoni. E le raccolte di racconti, come Nessuno scrive al colonnello o I funerali della Mamá Grande. Senza citare gli scritti di saggistica e giornalismo.
Allora a questo punto gli renderei più onore lasciando la parola a lui, a Gabo stesso, perché si presenti meglio attraverso frasi di interviste o tramite la voce della sua prosa, dei suoi personaggi in ognuno dei quali ha seminato qualcosa di sé e della memoria arcaica del suo Paese.

D’improvviso, come se un turbine avesse piantato le radici nel centro del villaggio, arrivò la compagnia bananiera incalzata dalle foglie morte. Era un frascame ravvolto, riottoso, formato dalle mondezze umane e materiali degli altri villaggi; stoppie di una guerra civile che sembrava sempre più remota e irreale. Il frascame era implacabile. Tutto contaminava col suo ravvolto odore accalcato, odore di secrezione a fior di pelle e di recondita morte. In meno di un anno riversò sul villaggio le macerie di numerose catastrofi anteriori a se stesso, seminò per le strade il suo composito carico di immondizia. E quell’immondizia, precipitosamente, al ritmo attonito e imprevisto della bufera, andava selezionandosi, individualizzandosi, fino a trasformare ciò che era stato un vicolo con un fiume all’estremità e un recinto per i morti all’altra, in un villaggio diverso e complessivo, fatto con l’immondizia degli altri villaggi.
Lì si riunirono, confuse al frascame umano, trascinate dalla sua impetuosa forza, le immondizie delle botteghe, degli ospedali, delle sale da gioco, delle centrali elettriche; immondizie di donne sole e di uomini che legavano la mula a un palo di supporto della locanda, con un baule di legno o un fagottino di roba per unico bagaglio, e pochi mesi dopo avevano una casa propria, due concubine e il titolo militare di cui si era rimasti loro debitori per esser giunti tardi alla guerra.
Persino le immondizie dell’amore triste delle città ci giunsero col frascame e costruirono piccole case di legno, e formarono dapprima un angolo dove mezza branda era il tetro focolare di una notte, e poi una rumorosa strada clandestina, e poi ancora tutto un villaggio di tolleranza dentro al villaggio.
In mezzo a quel turbinio, a quella bufera di facce sconosciute, di baracche nella via pubblica, di uomini che si cambiavano i vestiti per strada, di donne sedute sui bauli con gli ombrelli aperti, e di mule e mule abbandonate, morenti di fame nella stalla della locanda, noi i primi eravamo gli ultimi; noi eravamo i forestieri; gli avventizi.
Dopo la guerra, quando arrivammo a Macondo e apprezzammo la qualità del suo terreno, sapevamo che il frascame sarebbe venuto prima o poi, ma non ne prevedevamo l’impeto. Sicché quando sentimmo giungere la valanga l’unica cosa da fare fu riporre il piatto con la forchetta e il coltello dietro la porta e sederci pazientemente ad aspettare che si conoscessero i nuovi venuti. Allora fischiò il treno per la prima volta. Il frascame vorticò e uscì a riceverlo, e al ritorno perse di impulso, ma guadagnò in unità e solidezza; e subì il naturale processo di fermentazione e si incorporò ai germi della terra.

Questa è la pagina introduttiva del suo primo romanzo, Foglie morte. Quando lo pubblica è il 1955, il che significa che queste frasi, con tutta la loro ricchezza lessicale e significanza immaginifica, sono state scritte da un giovane di 28 anni, che tuttavia da sempre era deciso a fare lo scrittore e niente altro, malgrado la delusione dei genitori – in particolare il padre – che pretendevano da lui una laurea in legge.
In questa pagina, GGM descrive una specie di apocalisse caraibica, la fine di qualcosa, di un mondo che tecnicamente non aveva ancora inventato, quella Macondo che diventerà celebre con Cent’anni di solitudine solo dodici anni dopo, nel 1967.
C’è una stupefacente coerenza in tutti i romanzi di GGM, dal primo all’ultimo, a partire proprio da questo presagio di rovina, di annientamento, con il quale esordisce e si presenta subito con autorevolezza al pubblico e alla critica. I romanzi, e così i racconti, di GGM in effetti sono ciascuno un tassello di un’unica grande epopea, che vede nell’immaginaria Macondo il suo epicentro e al tempo stesso il punto dove tutto torna a morire. Attraverso la saga dei Buendía e del villaggio da loro fondato, GGM tesse la metafora potente della parabola umana, dallo stupore della Creazione agli anni della prosperità alle piaghe bibliche alla corruzione degli animi e infine al disfacimento e all’oblio.
Ho notato, ma certamente lo avevano notato altri ben prima di me, la contrapposizione simbolica fra il cognome benaugurante del capostipite, Josè Arcadio Buendía, il mitico fondatore della famiglia e del villaggio, l’autore delle sue prime fortune, e quello dell’ultimo rappresentante, il bastardo Aureliano Babilonia, che evoca il caos dell’antica città leggendaria diventata paradigma di vizi e sfacelo.
E pochi posti al mondo si prestano a fungere da sfondo a una parabola simile quanto i Caraibi, che per la loro natura possiedono e trasmettono una carica di passionalità primitiva, materica, spesso cruenta. Non altrove che qui, in questo contesto tormentato e lussureggiante, ancora oggi strettamente vincolato alle sue tradizioni indie, alla sua religiosità commista a un paganesimo inguaribile, alle sue estenuanti conflittualità interne, potevano ambientarsi le gesta movimentate, arcane e a volte sanguinose dei personaggi dell’universo narrativo di GGM.
Presso i Buendía, e comunque anche presso i romanzi e i racconti in cui i Buendía non appaiono direttamente, avvengono frequenti prodigi; ogni carattere, ogni azione, ogni avvenimento, persino i sogni durante le torpide sieste dei pomeriggi infuocati assumono dimensioni iperboliche, estreme.

“Ho l’impressione che dietro la realtà immediata, quella che vediamo, esista un’altra realtà, che solo l’intuizione poetica riesce a captare ed è questo quindi che poi appare fantastico nel libro. Mia nonna mi ha insegnato uno stile con cui raccontare che consisteva nel dire la frottola più straordinaria o la cosa più fantastica che si possa immaginare con una faccia seria e convincente, che faceva credere che fosse la verità. Penso che se c’è qualcosa di reale nei miei libri si tratta proprio di questo: uno scrittore può raccontare tutto quello che gli passa per la testa purché sia capace di farlo credere, e per farlo credere la cosa migliore è quello di dirlo con la faccia di chi sta dicendo la verità. Se uno non crede che sia vero, il lettore non ci crederà mai. Questo ho imparato da mia nonna”.

Nel libro autobiografico Vivere per raccontarla, del 2002, troviamo la radice della sua intera opera narrativa: è dagli eventi dell’infanzia e dalle storie di famiglia che sono tratti i racconti e i personaggi dei suoi romanzi, esperienze e caratteri che avevano attraversato la sua vita e ai quali il suo talento immaginifico ha dato veste letteraria, inserendovi gli strumenti di una fantasia esasperata e di un richiamo nativo alle superstizioni pagane locali. In quest’opera, il primo volume di una trilogia rimasta incompiuta, ci sorprende il continuo parallelismo tra fatti di realtà vissuta e trasposizioni letterarie nei suoi romanzi. Ora citeremo tre esempi fra le centinaia di evenienze. Cominciamo dalla famosa “scoperta del ghiaccio”, ricordando che siamo ai tropici, ai primi del ‘900, in un villaggio assai lontano dalla civiltà. Ecco come la descrive in Cent’anni di solitudine:

I bambini volevano a tutti i costi che il padre li portasse a conoscere la portentosa novità portata dagli zingari e annunciata all’entrata di un padiglione che, a quanto dicevano, era appartenuto a Re Salomone. Tanto insistettero che Josè Arcadio Buendia pagò i trenta reales e li condusse fino al centro della tenda, dove c’era un gigante col torace peloso e la testa rapata, con un anello di rame nel naso e una pesante catena di ferro alla caviglia, che custodiva un cofano da pirata. Quando il gigante lo scoperchiò, il cofano lasciò sfuggire un alito glaciale. Dentro c’era soltanto un enorme blocco trasparente, con infiniti aghi interni nei quali si frantumava in stelle colorate il chiarore del crepuscolo. Josè Arcadio Buendia si azzardò a mormorare:
“Ė il diamante più grande del mondo”.
“No – corresse lo zingaro – Ė ghiaccio”.
Con la mano appoggiata al blocco di ghiaccio, come se stesse rendendo testimonianza sul testo sacro, Josè esclamò:
“Questa è la grande invenzione del nostro tempo”.

E questo è il flash in Vivere per raccontarla in cui Gabriel rievoca la sua prima esperienza del ghiaccio:

 A qualsiasi ora del giorno il nonno mi portava a fare acquisti allo spaccio succulento della compagnia bananiera. Lì per la prima volta posai la mano sul ghiaccio e rabbrividii alla scoperta che era freddo.

Sempre in Cent’anni di solitudine è narrata la lunga vita meschina e tormentata di Amaranta, morta vergine per aver coscientemente rifiutato le gioie dell’amore. Come altri personaggi, ha un’inspiegabile capacità di presentire le cose, e individua con la massima esattezza la data della sua morte, alla quale si prepara per anni tessendo meticolosamente il proprio sudario, dopo aver fatto un patto con la morte affinché la aspetti finché non avrà terminato il suo lavoro.

Alle otto del mattino diede l’ultimo punto dell’opera più accurata che nessuna donna avesse mai compiuto, e annunciò senza la minima drammaticità che sarebbe morta verso sera. In mattinata aveva chiamato un falegname che le prese le misure della bara, in piedi, in salotto, come se fossero per un vestito. Alle quattro del pomeriggio, aveva finito di dividere le sue cose fra i poveri e aveva lasciato sulla severa bara di tavole grezze soltanto la roba e le semplici babbucce di velluto che avrebbe indossato per attendere la morte. Padre Antonio Isabel arrivò alla cinque col viatico, e dovette aspettare più di quindici minuti che la moribonda uscisse dal bagno. Allora Amaranta si sdraiò sul letto e non si alzò più. Adagiata sui cuscini, come se fosse davvero ammalata, annodò le sue lunghe trecce e le arrotolò sulle orecchie, come la morte le aveva detto che doveva stare nella bara. Poi chiese a Ursula uno specchio, e per la prima volta in più di quarant’anni vide il suo volto devastato dall’età e dal martirio, e si meravigliò di quanto fosse simile all’immagine mentale che s’era fatta di se stessa. Ursula comprese dal silenzio della stanza che era cominciato a farsi buio.

Questo episodio romanzato rispecchia quello reale rievocato in Vivere per raccontarla e relativo alla “morte programmata” di una anziana parente:

La zia Francisca, vergine e martire, un giorno qualsiasi si sedette sulla soglia della sua camera con diversi lenzuoli immacolati e si cucì un drappo funebre su misura, e con tale maestria che la morte aspettò più di due settimane finché lei non l’ebbe terminato. Quella sera si coricò senza congedarsi da nessuno, senza malattia o dolore, e si consegnò alla morte nelle sue migliori condizioni di salute.

In L’amore ai tempi del colera, il dottor Juvenal Urbino sta leggendo serenamente sul patio di casa quando si accorge che il suo amato pappagallo, che era sparito, è tornato e lo osserva dall’albero di mango lì vicino. L’impazienza di riprenderlo gli costerà cara.

Il pappagallo non si mosse. Stava così in basso che il dottore gli mise il bastone davanti per farlo fermare sull’impugnatura d’argento, come era sua abitudine, ma il pappagallo lo evitò. Saltò su un ramo vicino, un po’ più in alto ma di più facile accesso, laddove era appoggiata una scala di legno. Il dottor Urbino calcolò l’altezza e pensò che salendo due scalini avrebbe potuto afferrarlo. Salì il primo, ma l’uccello si allontanò sul ramo con passi laterali. Salì il secondo, attaccato alla scala con tutte e due le mani. Salì il terzo scalino, e poi il quarto, perché aveva calcolato male l’altezza del ramo, e allora si tenne alla scala con la mano sinistra e tentò di prendere il pappagallo con la destra. Lo afferrò per il collo con un sospiro di trionfo. Ma lo mollò immediatamente, perché la scala gli scivolò sotto i piedi e lui rimase per un attimo sospeso per aria, e allora riuscì a rendersi conto di essere morto senza comunione, senza nessun tempo per pentirsi di nulla né di accomiatarsi da nessuno, alle quattro e sette minuti del pomeriggio della domenica di Pentecoste.

Per questa scena, GGM si ispira al passato di famiglia, a un episodio reale in cui era incorso il nonno Nicolas cui era molto attaccato perché lo aveva praticamente cresciuto. A lui però era andata decisamente meglio, sentiamo come:

Il nonno anche nei suoi ultimi anni sembrava agilissimo quando girava di qua e di là con la sua cassetta degli attrezzi per riparare i guasti della casa, o quando si arrampicava su per le scale ripide per verificare la quantità di acqua nel serbatoio domestico. Non morì per miracolo, un mattino in cui cercò di acchiappare il pappagallo cieco che si era arrampicato fino al serbatoio. Era riuscito a prenderlo per il collo quando scivolò sulla passerella e cadde a terra da un’altezza di quattro metri. Nessuno si spiegò come fosse riuscito a sopravvivere con i suoi novanta chili e i suoi cinquanta e più anni.

Dicevamo della sua autobiografia Vivere per raccontarla, fonte di preziose informazioni e comunque racconto avventuroso e divertente come un romanzo picaresco. Ne voglio estrapolare un’ultima citazione, una confessione umile e divertente. Fin da bambino era portato per il disegno, la musica, il canto e divorava tutti i libri che gli capitavano sotto mano, e a scuola  si era fatto la fama di poeta, ma aveva sempre avuto problemi con la matematica e soprattutto l’ortografia:

“Il mio dramma personale con l’ortografia non sono mai riuscito a spiegarmelo. Ancora oggi, con diciassette libri pubblicati, i correttori delle mie bozze a stampa mi onorano con la galanteria di correggermi gli errori di ortografia come semplici refusi. Il mio problema è sempre lo stesso: non sono mai riuscito a capire perché vengano contemplate lettere mute o due lettere diverse con lo stesso suono, e tante altre forme oziose”.

Lo stile di GGM è considerato tipico del realismo magico, il genere letterario che deforma la realtà con espedienti narrativi che si rifanno al soprannaturale e all’inspiegabile, e che inoltre fa uso di distorsioni temporali (come la sovrapposizione di piani temporali o la circolarità temporale del racconto), di una illimitata e particolareggiata descrittività di tipo pittorico, di elementi onirici e/o grotteschi tuttavia presentati al lettore con la stessa naturalezza delle cose comuni, e come cose comuni accettati dai personaggi. Per fare qualche esempio pratico, vengono annoverati fra gli scrittori del realismo magico Calvino, Buzzati, Allende, Faulkner, Kafka, Borges e molti altri altrettanto famosi.
Tuttavia su questo ecco come la pensa il diretto interessato, GGM:

“Quello che io non accetto è la definizione di realismo magico. Io sono un realista puro. Il fatto è che la realtà dei Carabi, la realtà dell’America Latina in generale – e la realtà, credo, in generale – è molto più magica di quanto possiamo immaginare. Non c’è una sola riga dei miei libri che non abbia un aggancio con la realtà , che non sia custodita nella memoria. Dirò di più, se mi viene in mente qualcosa per un libro, o se mi vengono in mente dei  racconti come succede tutti i giorni, io non prendo mai appunti, li lascio lì nella memoria. Quelli che dimentico si vede che non mi interessavano veramente; quelli che rimangono, insistono, insistono e persistono sono quelli che io considero e a cui dedico attenzione. E arriva un momento in cui hanno insistito tanto che li tiro fuori e incomincio a lavorarci sopra. E a questo punto, l’unica cosa che faccio è modellare questo materiale della memoria. L’immaginazione occupa davvero poco spazio nel mio lavoro.
Sono dunque un realista. Un realista triste. Noi dei Carabi abbiamo fama di essere gente allegra molto aperta. Invece siamo la gente più chiusa, più ermetica, e più triste che ci sia”.

In realtà, questa affermazione con la quale l’Autore sembra volersi dissociare da un’etichetta potrebbe essere intesa in modo da, per così dire, salvare capra e cavoli. GGM non è un seguace del realismo magico in quanto corrente o genere letterario, ma ne è interprete spontaneo e naturale in quanto figlio della terra in cui il realismo magico è semplicemente la forma più spontanea e naturale di leggere la vita e di raccontarla. Aggiungiamoci la sua vocazione per il giornalismo, che è l’arte di osservare i fatti e rendicontarli alla gente. GGM sembra dirci che anche i suoi racconti più paradossali, le scene più ermetiche, le stravaganze più pittoresche dei suoi personaggi non sono altro che la cronaca della normalità di un popolo, quello dei Caraibi, magari filtrata dalla penna sfrenata di un uomo nato con quella esclusiva sensibilità che distingue il vero scrittore.

“Io prendo il mondo d’assalto, lo saccheggio. Quando scrivo apro le finestre, e tutti i rumori che vengono dall’esterno, tutte le voci, tutto quello che succede, lo prendo e lo metto dentro al romanzo che sto scrivendo. E vado per strada a raccogliere gente, cose, avvenimenti, e li metto in un sacco, con cui poi riempio il romanzo. È assolutamente impossibile vivere fuori del mondo, per uno scrittore”.

Comunque sia, critici e lettori non possono non notare che nella tematica di GGM è onnipresente un altro fondamentale concetto del realismo magico: la contrapposizione tra potere e popolo oppresso, costante sociale e storica nei paesi dell’America Latina come lui stesso spiega nel suo modo lucido e disarmante:

“Il tema della dittatura è stato una costante della letteratura latino-americana fin dalle origini, e suppongo che continuerà a esserlo. Ė comprensibile, dato che il dittatore è l’unico personaggio mitologico che ha prodotto l’America Latina, e il suo ciclo storico è ben lontano dall’essere concluso. Ma, in realtà, a me non interessava tanto il personaggio in sé (il personaggio del dittatore feudale), quanto l’opportunità che mi offriva di riflettere sul potere. Ė un tema latente in tutti i miei romanzi. Perché ho sempre creduto che il potere assoluto sia la realizzazione più alta e più complessa dell’essere umano e che per questa ragione riassuma forse ogni sua grandezza e miseria”.

A questo tema, è dedicato interamente uno dei romanzi più emblematici e struggenti, L’autunno del patriarca, un vero e proprio monumento grottesco alla figura universale del dittatore. In quelle pagine di prosa torrentizia,  ogni cosa assume dimensioni esasperate, titaniche, colossali, proprio come smisurata è la smania di potere insita nell’uomo e altrettanto paradossale è, nelle masse, il bisogno di un simbolo forte e carismatico in cui credere e a cui affidarsi nel bene e nel male, anche ciecamente, anche irragionevolmente, pur di illudersi di partecipare a qualcosa di grande, di orgoglioso e di storico.

Tornando ai temi della narrativa di GGM, un’altra costante è la presenza della morte, ma non tanto come spauracchio incombente quanto piuttosto come forza della natura stessa, appuntamento fatale e momento eroico. I personaggi di GGM muoiono nelle forme e nei modi più disparati e a volte paradossali, e più di qualcuno riappare dopo morto e si mescola ai vivi in tutta naturalezza, riprendendo a fare le cose di sempre, non come un fantasma o un riflesso della nostalgia, ma come un’altra forma di esistenza parallela che non spaventa, non sbigottisce, appare anzi naturale e necessaria come se al defunto mancasse ancora qualcosa da compiere fra i vivi prima di traghettare davvero oltre l’ultima sponda, o come dice GGM, verso la “morte ultima”. Uno stadio intermedio, dunque, che può durare anche anni, in cui il defunto continua a partecipare allo svolgersi delle vicende familiari e termina un po’ alla volta di lasciare in eredità i suoi insegnamenti, i suoi semi.
Leggiamo qualche morte; alcune hanno in sé il senso della tragedia, altre della poesia, ma in tutte predomina il senso della forza dell’attaccamento alla terra e la potenza implacabile dei cicli vitali.
Cominciamo dalla grottesca vicenda di Rebeca, un’orfanella accolta nella famiglia Buendía:

Non aveva più di undici anni. Tutto il suo bagaglio era composto dal bauletto della roba, da una poltroncina a dondolo di legno con fiorellini colorati dipinti a mano e da un sacco di tela che faceva un continuo rumore di cloc cloc cloc, dove portava le ossa dei suoi genitori.
Dato che in quel tempo non c’era cimitero a Macondo perché fino a quel momento non era morto nessuno, in attesa che ci fosse un luogo degno per seppellirle, conservarono il sacco con le ossa: per molto tempo diedero fastidio dappertutto e si intoppavano dove meno si supponeva, sempre col loro chiocciante chioccolare di gallina covaticcia.

Così invece muore Ursula Iguaran, la matriarca di Macondo:

La trovarono morta la mattina del giovedì santo. L’ultima volta che l’avevano aiutata a calcolare la sua età, ai tempi della compagnia bananiera, era risultato che doveva avere tra i centoquindici e i centoventidue anni. La seppellirono in una cassettina che era poco più grande del cestino in cui avevano portato Aureliano, e pochissima gente assistette ai funerali, in parte perché non erano molti quelli che si ricordavano di lei, e in parte perché quel giorno ci fu un caldo tale che gli uccelli disorientati si schiacciavano come goccioloni contro i muri, sfondavano le reti metalliche delle finestre e venivano a morire nelle stanze.

E Aureliano Buendía, il leggendario colonnello, il condottiero solitario e disilluso, così muore, solo e in silenzio, dopo aver osservato il passaggio della carovana di un circo lungo la strada:

Si affacciò anche lui alla porta di strada e si mescolò ai curiosi che assistevano alla sfilata. Vide una donna vestita d’oro in groppa a un elefante. Vide un dromedario triste. Vide un orso vestito da olandesina che segnava il ritmo della musica con un cucchiaione e una casseruola. Vide i pagliacci che facevano sberleffi in coda al corteo, e vide di nuovo la faccia della sua solitudine miserabile quando tutto finì di passare, e non rimase altro che il luminoso spazio nella strada, e l’aria piena di formiche volanti, e alcuni curiosi affacciati sul precipizio dell’incertezza. Allora andò verso il castagno, pensando al circo, e mentre orinava cercò di continuare a pensare al circo, ma ormai non trovò il ricordo. Affondò la testa nelle spalle, come un pulcino, e rimase immobile con la fronte appoggiata al tronco del castagno. La famiglia non se ne accorse fino al giorno dopo, alle undici del mattino, quando Sofia de la Piedad andò a buttar via la spazzatura in fondo al patio e si meravigliò che gli avvoltoi stessero calando.

Anche l’amore, non solo la morte, nell’universo inventato da GGM assume dimensioni sovrumane, fragorose, è una furia che ottenebra persino uomini di guerra e di potere e li travolge come un fiume amazzonico. Nel primo brano, l’amore di Aureliano Buendía, il futuro colonnello di trentadue guerre, per Remedios, una bimba di nemmeno dieci anni che diventerà sua moglie malgrado la differenza d’età:

La casa si riempì di amore. Aureliano lo espresse in versi senza principio e senza fine. Li scriveva sulle ruvide pergamene che gli regalava Melquíades, sui muri del bagno, sulla pelle delle braccia, e in tutti i versi Remedios appariva trasfigurata: Remedios nell’atmosfera soporifera delle due del pomeriggio, Remedios nella taciturna respirazione delle rose, Remedios nella clessidra segreta dei tarli, Remedios nel vapore del pane all’alba, Remedios dappertutto e Remedios per sempre.

E sempre in Cent’anni di solitudine la passione finale, quella che determinerà l’estinzione della famiglia Buendía in una apocalisse di formiche divoratrici:

Era una passione insensata, scriteriata, che faceva tremare di vergogna nella sua tomba i resti di Fernanda, e li manteneva in uno stato di esaltazione perpetua. Gli strilli di Amaranta Ursula, le sue canzoni agoniche, esplodevano sia alle due del pomeriggio sul tavolo della sala da pranzo, che alle due del mattino nel granaio. Nello stordimento della passione, vide le formiche che devastavano il giardino, saziando la loro fame preistorica coi legni della casa, e vide il torrente di lava viva che si impadroniva di nuovo del portico, ma si preoccupò di combatterlo soltanto quando lo trovò nella sua stanza. Persero il senso della realtà, la nozione del tempo, il ritmo delle abitudini quotidiane. Tornarono a sbarrare porte e finestre per non perdere il tempo in faccende di denudamenti, e giravano per la casa nudi, e si rotolavano nudi nella melma del patio, e un pomeriggio furono sul punto di affogare mentre si amavano nella cisterna. In poco tempo fecero più stragi delle formiche rosse: schiantarono i mobili del salotto, lacerarono con le loro follie l’amaca che aveva resistito ai tristi amori di accampamento del colonnello Aureliano Buendía, e sventrarono i materassi e li vuotarono per terra per soffocarsi in tempeste di cotone.

L’autunno del patriarca, romanzo torrenziale e densissimo di significati, è dominato dalla figura di un dittatore decrepito con alle spalle una vita di ferocie e abusi di potere, che si dissipa tardivamente nel tormento amoroso per una ragazza rigogliosa e tirannica. Questo è il suo lamento d’amore:

Manuela Sanchez della mia mala ora col vestito di mussolina e la brace della rosa in mano e l’odore naturale di liquerizia del suo respiro, dimmi che non è vero questo delirio, diceva, dimmi che non sei tu, dimmi che questo stordimento di morte non è il marasma di liquerizia del tuo respiro, ma era lei, era la sua rosa, era il suo alito caldo che profumava il clima della camera come un basso ostinato con più padronanza e con più antichità dell’ansito del mare, Manuela Sanchez della mia rovina che non eri scritta nella palma della mia mano, né nel fondo del mio caffè, nemmeno nelle acque della mia morte dei catini, non sperperarti la mia aria da respirare, il mio sonno da dormire, l’ambito dell’oscurità di questa stanza dove non era mai entrata né doveva mai entrare una donna, spegnimi quella rosa, gemeva, e intanto andava gattoni in cerca della chiavetta della luce e trovava Manuela Sanchez della mia follia invece della luce, cazzo, perché devo trovarti se non ti ho perduto, se vuoi portati via la mia casa, la patria intera col suo drago, ma lasciami accendere la luce, scorpione delle mie notti, Manuela Sanchez della mia ernia, figlia di puttana, gridò, credendo che la luce lo potesse liberare dall’incantamento, gridando toglietela da qui, lasciatela senza di me, gettatela giù dalle scogliere con un’ancora appesa al collo di modo che nessuno torni a patire del fulgore della sua rosa.

Molto d’amore, di un grande e longevo amore, si parla in L’amore ai tempi del colera:

La ragazzina alzò gli occhi per vedere chi stava passando davanti alla finestra, e quello sguardo casuale fu l’origine di un cataclisma d’amore che mezzo secolo dopo non era ancora terminato.

Il cuore le si frantumò quando vide il suo uomo supino nel fango, già morto in vita, ma che resisteva ancora un ultimo minuto al colpo di coda della morte affinché lei avesse il tempo di arrivare. Riuscì a riconoscerla nel tumulto attraverso le lacrime del dolore irripetibile di morirsene senza di lei e la guardò l’ultima volta per sempre con gli occhi più luminosi, più tristi e più riconoscenti che lei gli avesse mai visto in mezzo secolo di vita in comune, e riuscì a dirle con l’ultimo respiro: «Solo Dio sa quanto ti ho amata»

Da ultimo, un accenno a un altro aspetto caratteristico dell’affabulazione di GGM: il tema del tempo, il suo mistero.
Il Tempo in GGM è un meccanismo  bidirezionale: da un lato puntella con una precisione apparentemente pedante gli avvenimenti, dall’altra si avvolge su se stesso con frequenti e vertiginosi rimandi verso il passato e presagi esatti del futuro. Queste dimensioni temporali, nei Caraibi incantati dove vivono i personaggi di GGM, si sovrappongono, si intrecciano e si alternano, generando una ruota che si rincorre e si compie nella sua stessa rivelatrice circolarità. In questa ruota restano intrappolate le memorie, resta protetta e anzi ampliata la loro solidità, che entra a far parte delle generazioni e in buona sostanza dell’intera Storia dell’Uomo. Le cose, le persone, i sentimenti, i prodigi si ripresentano ciclicamente, quasi che a determinarli sia una macchina implacabile, un vortice soprannaturale capace di rimescolarli fino a confonderli, fino alla meta predestinata dell’Oblio finale.

A questo punto, mi sembra centrato usare, come chiusura, il lapidario scambio di battute tra la matriarca Ursula e il celebre figlio colonnello Aureliano:
Ursula: Il tempo passa.
Aureliano: Così è. Ma non tanto. 

Don DeLillo: End zone

Dopo la morte di David Foster Wallace, mi sono attaccata ancora di più a Don DeLillo nel tentativo di colmare quel vuoto. Mi dico: meno male che c’è rimasto lui, meno male che ha scritto tanto e pare abbia ancora la voglia di continuare, e allora che Dio ce lo conservi un altro po’, dai.

End zone, che prende il titolo da un termine tecnico del football americano, è un romanzo del 1972, ma inspiegabilmente non era mai stato tradotto in italiano fino a quest’anno. È appena il secondo romanzo di DeLillo, che all’epoca aveva 36 anni, eppure è sorprendente l’evidenza del suo talento già compiuto, in nulla inferiore a quello espresso nei romanzi successivi della maturità. La vicenda è quella di un giovane che trascorre un anno in un college dove si incentiva lo sport del football americano, del quale DeLillo è sempre stato un grande appassionato e conoscitore. Si tratta di uno sport in cui la fisicità e l’agonismo sono esasperati al massimo, secondo alcuni una specie di metafora della guerra, anche se, come dice uno dei personaggi, «io rifiuto il parallelismo tra football e guerra, la guerra è guerra. Non abbiamo bisogno di succedanei dal momento che abbiamo l’originale». Il football è al centro del romanzo – che contiene fra l’altro la lunghissima e mirabile descrizione di una partita all’ultimo sangue, una vera e propria prova d’Autore. Ma altri sono i temi toccati: lo spettro della guerra nucleare, l’incomprensibilità della vita, la paura della morte. Il libro racchiude in pratica le inquietudini della generazione di giovani americani degli anni ’60, iniziati con l’assassinio del presidente Kennedy nel 1963 e segnati dalle minacce della guerra fredda e dall’incubo del Vietnam. DeLillo in ogni suo libro ha cantato l’America come un grande Paese contraddittorio; il suo è una specie di canto addolorato e a volte rabbioso, una denuncia accorata dei mali che lo attraversano e lo destabilizzano. Questo non è un romanzo riposante, di evasione. Nessuno dei romanzi di DeLillo lo è. Al contrario, è un romanzo denso, che scava e illumina, in cui ogni parola e frase è necessaria e al suo posto, che si tratti di elucubrazioni mentali, di descrizioni liriche dei paesaggi o di dialoghi solo apparentemente disimpegnati tra studenti.
Leggetelo se già vi piace DeLillo o se almeno siete interessati al football americano.
Leggetelo se vi pare che i due brevi frammenti trascritti qui sotto vi ispirino rispetto e ammirazione per questo grande autore, che cerca in ogni suo scritto di interpretare la coscienza globale dello spirito americano.

“Non voglio sentire nemmeno una parola sul valore del retaggio di una persona. Sono un individuo del ventesimo secolo. Mi sto esercitando a raggiungere uno stadio dell’esistenza che vada al di là della colpa, al di là del sangue, al di là del ridicolo passato. Meno male che esiste l’America. In questo paese è possibile raggiungere un obiettivo del genere. Io voglio guardare dritto davanti a me. Voglio vedere le cose con chiarezza. La storia non è la più accurata delle profezie. Io rifiuto il Dio iracondo degli ebrei. Io rifiuto il Dio cristiano dell’amore e del denaro, sebbene non rifiuti l’amore in sé o il denaro in sé. Io rifiuto l’idea di retaggio, origini, tradizione e diritto di nascita. Queste cose non fanno che rallentare il progresso della razza umana. Generano solo guerra e follia, guerra e follia, guerra e follia”.

“Qual è la cosa più strana di questo paese? Ecco la risposta: che quando mi sveglierò domani mattina, una mattina come tutte le altre, il primo pensiero spaventoso non saranno i nemici della nostra nazione, i nemici storici contro i quali combattiamo la nostra guerra fredda o la guerra comesichiama. Quella gente lì non mi fa affatto paura. E allora di chi ho paura io, perché non c’è dubbio che io abbia paura di qualcosa. Ve lo dico subito. Ė il mio stesso paese a farmi paura. Io ho paura degli Stati Uniti d’America. Ė ridicolo, non è vero? Ma è così. Prendiamo il Pentagono, per esempio. Se mai qualcuno ci ucciderà su vasta scala, questo sarà il Pentagono. Su piccola scala invece dovete stare in guardia dalla polizia locale. Può capitare che due agenti gentili, laureati e garbati, della squadra che si occupa del lavaggio del cervello vengano a bussare a casa mia alle tre di notte? Voi vedete il mio sorriso accattivante e contagioso e capite che questo pensiero non mi provoca alcuna ansia. Dopotutto siamo in America. Possiamo parlare liberamente. Non smetto di dirmi che non ho motivo di preoccuparmi finché la gioventù americana sarà consapevole di quello che le succede intorno”.

Di terra e di mare

Quando Saverio Campos, il fattore dei conti Valmassoi del Poggio, le chiese di sposarlo, Argentina Servadio gli rispose che si poteva fare ma che lui si mettesse bene in mente che non per questo lei avrebbe rinunciato a Gerico, perché Gerico c’era da prima e ci sarebbe sempre stato, era una cosa a parte, una storia solo sua e senza padroni, e Saverio questo lo sapeva come lo sapevano tutti e accettò a sua volta senza replicare, anzi sentendosi l’uomo più fortunato del mondo perché l’altra cosa importante che sapeva lui e sapevano tutti è che non avrebbe potuto vivere senza la grazia di poter sentire ogni giorno nelle stanze della casa il sospiro delle sue sottane quando lei si alzava presto e spalancava le finestre e il pollaio e le stalle prima di accendere il fuoco, sempre col suo passo piccolo e trafelato di energia mentre insegnava di sua mano alle fantesche come si strizzano le lenzuola lavate al torrente e dal cortile correva in cucina a mescolare paioli prima di scendere in orto a sindacare con l’ortolano la qualità del raccolto, cosicché per tutti gli anni in cui vi fu lei a capo dell’andamento domestico gli albicocchi, i meli, i ciliegi fruttarono più volte durante ogni estate, le vacche sgravavano come conigli, i conigli ingrassavano come maialini, senza contare la qualità del vino dei vigneti, che in bottiglie con le etichette oro e amaranto con le tre palle dei conti del Poggio partiva in vagoni assicurati per le mense di principi regnanti, ministri e arcivescovi; e non replicò né si scandalizzò nessuno in paese anzi era chiaro a tutti che fosse una cosa assai ben fatta, quella di dare al fattore Campos una moglie capace di mandare avanti la grande casa nella tenuta dei conti Valmassoi con la determinazione e il giudizio che aveva solo Argentina, e che la faccenda di Gerico con tutto questo non c’entrava e non riguardava altri che loro due, dato che era cominciata molto prima e non solo non dava fastidio a nessuno ma appariva anzi come una cosa buona e bella e ben fatta anche quella, perché perfino le più schizzinose beghine che non avevano mai avuto un uomo né figli sapevano tutto dell’infanzia di Gerico, famosa per le cinghiate e la catena con cui i suoi genitori lo crescevano nel canile mentre dentro la stamberga loro due si insultavano e si ammazzavano di botte annegati nel degrado di un vino da contrabbandieri, minacciando con lo schioppo e l’accetta chiunque cercasse di impicciarsi del loro inferno. Così anche le vergini e le vedove e le dame benpensanti sentivano quell’antico grumo di sangue tornare a torcersi nei loro uteri vizzi reclamando come sacrosanto un po’ d’amore di donna per quel figlio rinnegato, e pretendendo vendetta per ogni singola maglia della catena da cane che aveva temprato Gerico taciturno al prossimo e indifferente alla fame e al freddo e ai sentimenti tutti tranne quello della fuga, e nessuno avrebbe mai dimenticato che aveva sì e no dieci anni, Gerico, quando riuscì a scardinare la catena del cane e sparì nell’alba, rovinando a balzi sui piedi nudi lungo il costo tra le pietre e gli ulivi finché si lasciò alle spalle la foschia mattutina del borgo e costeggiò prima una segheria poi una fabbrica di cordami e scorse le prime casupole della periferia dove l’odore di salmastro cominciò a guidarlo e lo condusse con sicurezza al porto, a mentire sull’età elemosinando un posto di mozzo a molti capitani finché ne trovò uno che lo prese, anche se in seguito non avrebbe mai saputo dire perché, forse perché aveva sentito subito che dentro quel ragazzino c’era un marinaio, e fu la decisione più illuminata della sua carriera – disse – perché una volta in mare aperto scoprì che aveva anche un’altra dote, quella di confondere le tempeste e farle indietreggiare fino all’orizzonte, cosicché per tutti gli anni che lo tenne con sé la sua nave non incorse in cicloni o uragani e veleggiò sempre placida col vento in poppa mentre altri suoi compari di marineria naufragavano o si incagliavano anche col cielo sereno e la bussola più lungimirante.

E quando Gerico fu uscito dall’infanzia ne sapeva abbastanza da poter diventare capitano a sua volta, non fosse stato per il carattere ombroso e malinconico che lo rendeva inviso agli equipaggi, cosicché gli uomini gli si ammutinavano e nessuno accettò più di imbarcarsi sotto il suo comando. Ma lui continuò a girare il mondo per tutti i mari, come mozzo, come fuochista, come facchino o vedetta, qualunque cosa con qualunque salario anche se doveva stare agli ordini di ufficialetti appena usciti d’Accademia che non sapevano nemmeno stare in equilibrio sul ponte ma pretendevano di essere serviti di tè e crostini giù nel quadrato mentre fuori gli uomini si facevano strappare la cerata dai venti e dalle ondate di traverso; e a vent’anni conosceva più lingue dei professori di Parigi e del Papa di Roma, e non c’era quasi porto o isola che non avesse toccato, da quando in coffa aveva avvistato per la prima volta Capo Verde proprio nell’ora in cui, al paese, la maestra angosciata guidava i gendarmi alla sua ricerca tra i balzi degli ulivi e le tane delle volpi perché i suoi genitori avevano lasciato passare un mese prima di ammettere che sì, il ragazzo era andato via e non si sapeva dove, e nel frattempo avevano continuato a schiantare bottiglie di vino pessimo sui muri della cucina imbrattandosi di schegge vermiglie e di bestemmie. E stava probabilmente stivando casse di rum cubano destinato alla Florida quando suo padre morì del veleno per topi che la moglie gli aveva sciolto nel bicchiere, e pare fosse al limite del circolo polare artico con un carico di merluzzi quando essa soffocò nel sangue del suo stesso fegato squarciato dal vizio, ma queste notizie non gli giunsero se non anni dopo, quando per la prima volta riprese terra e per curiosità decise di salire al Poggio almeno a rivedere il suo vecchio cane.

Il cane era morto di bastonate da tempo, ma in compenso trovò Argentina.

Erano state le suore a chiamarla così, una mattina che erano in cappella per le laudi e avevano sentito suonare a lungo la campanella del portone. Sui gradini c’era una neonata nei suoi stracci, e la via era deserta, nemmeno l’eco dei passi di chi l’aveva abbandonata, solo la scia della campanellina, che per diverse notti tolse il sonno alle monache spaventate. Gerico e Argentina furono messi insieme dal comune destino di orfani indesiderati, e non parve strano a nessuno, nemmeno al curato che anni dopo avrebbe celebrato il matrimonio col fattore, che quei due avessero una strada tutta loro, forse un mondo tutto loro, parallelo ma per questo non comunicante con quello degli altri, in cui riuscivano a rubare alla vita un senso quasi animalesco di riparo e di alleanza che li rendeva invincibili. Anche le beghine rispettarono sempre il loro ineluttabile destino e citavano con ammirazione quasi materna le premure di cui Argentina circondava il suo sposo morganatico quando tornava da traversate lunghe anche mesi e anni, perché non si poteva condannare l’istinto di consolazione di una donna verso un uomo che così poco e male era stato amato nell’infanzia. Saverio Campos, che le responsabilità di fattore dei conti del Poggio tenevano molto occupato e gratificavano fin nel profondo, tutto questo lo capiva, o forse no, ma di certo non disse né fece mai nulla per contrastare i due, anche perché in Gerico non riusciva a vedere un rivale ma solo un uomo più giusto di lui, e poi perché per amore del fruscio delle sottane di Argentina si era abituato a certe mattine in cui lei, alzata prima di tutti, avvertiva il presagio nell’odore del primo caffè, che inspiegabilmente sapeva di salmastro, e allora sentiva con certezza che la nave stava entrando in porto e si affrettava a rassettare i letti e a dare ordini alle donne prima da infilare due cose in una borsa di stoffa sdrucita, salutare tutti col respiro già affrettato e uscire di casa tagliando per i frutteti a terrazze e le scalinate nella roccia fino alla città del porto e all’abbaino dove Gerico a volte arrivava un’ora, due ore, al massimo mezza giornata dopo di lei, sbarcato da navi sfiancate da mesi, e spesso anni, di solitario caracollare in mari senza compassione, col suo involto di panni marchiati di olio e fumo e un titanico bisogno di dormire. Argentina gli faceva trovare la stanza  ben arieggiata, il pane nel forno, la tinozza del bagno piena di acqua e salvia, e lì lo metteva, spogliandolo come un bambino, quell’uomo grande e muscoloso come un pescecane, e gli squamava la pelle di tutto il corpo dal sale e dal nerofumo, e dai capelli sgrovigliava frammenti di gusci di conchiglie e code di cavallucci marini, e gli ordinava la barba impiastrata di alghe e sabbia, poi lo asciugava con lenzuola fresche e lo faceva giacere sul letto nel dormiveglia intanto che lavava i suoi panni contaminati da tutte le sentine e da tutti i porti e i loro lupanari, e nel frattempo il pane usciva fulgido dal forno e il paiolo della zuppa fischiava l’ultimo bollore e la tovaglia a quadri sembrava dispiegarsi da sola sul tavolo e loro due mangiavano insieme, solo guardandosi negli occhi, senza parlare, lasciando tutti i racconti e le chimere a dopo, al giaciglio di iuta sotto il lucernario dei loro abbracci profondi come le grotte sottomarine dove smeraldi abissali lanciano bagliori acquatici ai folli che vi si avventurano e ne restano sedotti senza più aria nei polmoni.

Nei quarant’anni della sua fertilità, Argentina partorì otto figli, quattro maschi e quattro femmine, quattro di mare e quattro di terra, quattro di Gerico e quattro di Saverio Campos. Solo lei assicurava di conoscere con certezza a chi era appartenuto il seme che li aveva generati, ma per Saverio la cosa non aveva importanza: i nati dal grembo di sua moglie erano anzitutto di sua moglie e tanto bastava perché lui provasse fin dentro le viscere un amore straziante e un animalesco istinto di protezione. Né il curato, che nel corso degli anni li benedisse tutti uno dopo l’altro in domeniche di festa paesana, mai si sognò di far differenza tra i battezzati di mare e quelli di terra, perché era un buon prete che prima del seminario aveva frequentato i quartieri poveri dei postriboli e dei reietti e aveva capito che certi giudizi sulla morale dei sentimenti era meglio lasciarli a Dio in persona piuttosto che a certi suoi ministri che il troppo studio della dottrina aveva portato mille miglia lontano dalle dimensioni della gente sincera. E Gerico in tutti quegli anni ebbe l’umiltà di non voler mai conoscere i suoi figli di mare, poiché apparteneva al destino di chi riparte più spesso di quanto non faccia ritorno, e non gli era consentito affezionarsi a nessuna parte di se stesso dato che ad ogni viaggio qualcosa di sé la perdeva per sempre, tra le assi di una tolda o dai boccaporti arrugginiti, o anche nei rigagnoli delle calli dei quartieri portuali, e così non voleva accadesse per i figli di mare suoi e di Argentina, che venissero loro a trovarlo una volta grandi, se volevano, se non temevano di incontrare quel pescecane smunto, dalla nuotata guardinga e dagli occhi arrossati che era metà del loro sangue, delle loro ossa e della loro nostalgia. Non poteva permettersi di pensare a loro mentre le settimane passavano tra le secche del mare d’Indonesia o i tifoni dei caraibi, mentre accatastava pesce secco ai confini del mare glaciale oppure vagava tra i vicoli fumosi di antiche città anseatiche in attesa che si levasse quella nebbia mortale che impediva alle navi di salpare, e in quei momenti senza fine il solo pensare a lei, Argentina, era già troppo, assolutamente troppo, era un ansito che gli ruggiva in cuore come di bestia selvatica che si è smarrita in foreste di sterpi là dove invece aveva creduto di trovare la libertà da ogni gabbia, cosicché l’amore che era la gabbia più grande era anche l’unica cui avrebbe voluto tornare e farsi richiudere, per poi, una volta dentro, ricominciare ad ansimare e ruggire nel bisogno intollerabile di evadere di nuovo. E intanto, al Poggio, Argentina continuava ad alzarsi prima degli altri, spalancava imposte, arieggiava tappeti, radunava oche e galline, raccoglieva le loro uova, che erano d’oro e ne trovava dappertutto più volte al giorno, così come le zucche filavano i loro tralci su per gli spigoli della casa e si tornivano sul tetto fra le tegole, e le vacche figliavano e l’orto gettava lattughe come mazzi da sposa e muraglie di pomodori rampicanti, e sui fornelli borbottavano le zuppe, i sughi, gli sformati, e le donne si indolenzivano le braccia torcendo lenzuola estratte immacolate e grondanti dal torrente e ci voleva lei per forzare la strizzatura magistrale e definitiva che le liberava da tutto il peso dell’acqua e le rendeva pronte a dispiegarsi ai buoni venti del costo asciugando in breve tempo tra profumi di erbe selvatiche.

A volte le assenze di Gerico duravano anni, quando gli capitava di poter saltar giù da una nave per imbarcarsi subito dopo su un’altra e riprendere magari lo stesso giro del mondo ma nel verso opposto, tutto pur di poter prolungare ancora un po’ l’ansia febbrile che gli dava il mare e che gli si era impressa nei calli delle mani, nelle squame delle pieghe della pelle, nel continuo fragore di risacca che gli tormentava le orecchie malgrado gli impacchi di malva di uno sciamano del golfo del Messico. Solo Argentiva sapeva per certo quale sarebbe stato il viaggio che lo avrebbe riportato a casa, perché si annunciava ogni volta con quell’odore di salmastro che saliva dal primo caffè della mattina e che avvertiva solo lei. In quelle occasioni, che nel lungo corso degli anni furono assai meno frequenti di quanto si potrebbe pensare, gli occhi grigi di Saverio si facevano color ardesia mentre saliva in cima all’armadio e ne tirava giù la vecchia sacca di stoffa, e le donne si facevano sulla soglia a ricevere gli ultimi ordini mentre lei raccoglieva le due o tre cose da portar via e i bambini promettevano di essere buoni e pettinarsi da soli, e l’ortolano la aspettava sul cancello per consegnarle un cesto di primizie colte all’alba e raccomandarle buon viaggio signora togliendosi il cappello e inchinandosi come un maggiordomo.

Una mattina Argentina si svegliò da un sogno lancinante, in cui stava sciorinando un lenzuolo nelle acque del torrente e il lenzuolo tirava, tirava, era sempre più pesante e si annodava alle pietre infide del fondo, alle radici dei cespugli sulle sponde, e una forza ineluttabile lo trascinava via, lo strappava inesorabile dalle sue mani, lo consegnava a correnti profonde che lo inabissavano tra i gorghi mentre l’acqua continuava a scorrere cancellando l’inutile sforzo e i segni del naufragio, e Argentina seppe con la sua ultima certezza che quello era il corpo di Gerico affidato al mare in un sudario così come aveva sempre predetto e voluto, seppellitemi in mare, e per questo antico voto aveva fatto di tutto, mentito, dissimulato, pur di ottenere un ultimo imbarco ben consapevole di essere verso la sua fine, la fine del suo corpo di pescecane malandato e solcato di cicatrici, abitato da azzardi ancestrali e malattie da angiporto, consumato dalle maree e dall’ossessione del mare aperto, con ricordi di canti di sirene a sfiancargli il cuore e di vele aggrovigliate dagli uragani ad avviluppargli i polmoni.

Argentina non prese il lutto, non ordinò messe di suffragio e rimase del tutto indifferente quando vennero a dirle che lo avevano fatto al posto suo e in suo onore le vecchie pie e pudiche del paese. Era da sola in cucina e mescolava lo zucchero nel caffè quando sentì suonare la campana del Requiem, e solo allora si ricordò che suo marito era ancora a letto perché ormai si alzava tardi e usciva a passeggiare un’oretta col bastone prima di pranzo da quando il fattore era diventato il primogenito Enea, ed era Enea che ora si levava all’alba per percorrere in lungo e in largo la tenuta dei conti del Poggio con la sua nuovissima squadra di agronomi, guardaboschi, contabili e cani da caccia, e gli altri figli e figlie di mare e di terra erano tutti sposati e sistemati per il mondo e in cucina c’era una cuoca giovane e nuovi e giovani erano anche le fantesche, le lavandaie, gli stallieri, gli ortolani, gli uomini di fatica, tutti succeduti alle vecchie generazioni che ancora strizzavano le lenzuola e mungevano le vacche a mano mentre ora c’erano le macchine che ronzavano e producevano senza stancarsi né metterci il cuore. E vide che qualcuno aveva già spalancato le stanze, arieggiato gli armadi, battuto i tappeti, sprimacciato i materassi, lucidato i paioli, spazzato i pavimenti dalle soffitte alle cantine, diserbato i cortili, ingrassato gli attrezzi agricoli, sciacquato a fondo le botti per il vino nuovo, censito tutte le galline, le oche, i tacchini, i conigli, le vacche, e dentro casa i vecchi mobili di famiglia mandavano opulento profumo di cera, brillavano i lampadari e i corrimano, da ogni angolo la polvere era stata sgominata come ogni mattina da quando era lei a mandare avanti la casa e queste incombenze le assumeva di persona, indicando come fare alle servette che le venivano dietro per imparare, e ricordò anche che da allora erano passati tanti anni, e stagioni e malattie, e lutti e figli, tante volte il pane era uscito dal forno perfetto, altre un po’ insipido come tutte le cose della vita e per tutti, e Saverio per quanto vicino agli ottanta complessivamente stava bene salvo un po’ di gotta e i ragazzi erano padri e madri a loro volta ai quattro angoli del mondo e anche lei, Argentina, non aveva di che lagnarsi tranne che era vecchia e tutt’ossa e per aver tanto e intensamente vissuto il suo cuore aggrovigliava i battiti come acciughe nella rete ogni volta che rincorreva le galline o torceva un lenzuolo, e a parte poi che Gerico non c’era più, era in fondo al mare su un letto di sabbia fra luci quiete di pesci d’abisso che passavano a vederlo durante i loro ininterrotti giri intorno al mondo, e tutto era a posto, ogni cosa era in pace e compiuta, e forse c’era ancora tutto il tempo anche per trovare un buon modo di invecchiare e morire decentemente, e allora si mise a raddrizzare i quadri.

La casa dell’impiccato

Un raccontino modesto, così, per rompere il silenzio dopo tre mesi.
E poi, piuttosto che niente, meglio piuttosto.

Paul Cezanne: La casa dell’impiccato, 1873

La casa dei cugini, me la ricordavo diversa.
Le estati in cui venivamo qui in vacanza era ancora una casa abbastanza nuova, la più nuova del paese, costruita apposta per ospitarvi una famiglia che si preannunciava numerosa, e lo divenne. Cinque figli, erano arrivati, e le grandi stanze spoglie si erano riempite di voci, viavai, profumo di pane e sapone di marsiglia, mentre nel cortile a ghiaia trillavano i campanelli delle biciclette e innumerevoli lenzuola e calzettoni asciugavano stesi sfiorando il rosmarino.
All’interno un unico specchio, nel bagno senza riscaldamento, e così piccolo e alto che sì e no serviva al padre per farsi la barba col pennello all’alba. Sulle pareti nessun quadro, tranne i due ritratti fotografici di fine ottocento dei bisnonni, col rametto d’olivo rinnovato a ogni Pasqua. Nelle stanze, il minimo necessario: un letto per ognuno, un cassettone, una sedia; mancavano del tutto le cose superflue, libri e giornali compresi, e qualunque forma di ornamento. Di tende in particolare non c’era bisogno perché la casa sorgeva distante da ogni altra abitazione, circondata da terra incolta che confinava con la ferrovia, in fondo a una stradina sterrata nuova e poco utilizzata.
Nessuno della famiglia conosceva le esigenze dell’estetica e il piacere del superfluo. Erano gente onesta, senza vanità, tutta lavoro e affetti familiari, sereni nell’economizzare ma non tanto per avarizia quanto per rispetto di un vangelo di campagna, all’antica. I ragazzini crescevano vivaci il giusto ma obbedienti ancora di più. Una famiglia modello.
Poi arrivò l’Angelo del Signore con la sua spada spietata, e li divise. Si prese la madre fra i tormenti di un ospedale senza compassione, assistette beffardo alla fuga dei figli come formiche stanate dal loro castello sotterraneo, riempì di nebbia la mente del padre, più orfano di tutti.
La maggiore prese il treno per la città con la debole scusa degli studi, e non vide quando una burrasca di fine agosto affogò l’orto e la grandine crivellò le galline, disperdendone i resti in un rigagnolo schiumoso lungo lo sterrato. Pochi anni dopo la troviamo a pulire le latrine al Cottolengo, e di qualunque sogno avesse avuto nessuno seppe più niente.
La seconda, quando ebbe finito di ramazzare le frasche e il marciume del nubifragio, indossò un vestito buono e andò in bicicletta a chiedere lavoro in fabbrica nel paese vicino. Sei mesi dopo era incinta di uno sposato, e insieme se ne andarono altrove, a fare una vita di vergogna dove non li conoscessero.
Le altre due sorelle per anni si contesero aspramente il diritto di essere la prossima a lasciare la famiglia; ci riuscì quella che, per dispetto, si prese un fidanzato del meridione che la sposò in sacrestia all’alba e la portò a vivere così lontano che ci si dimenticò di loro.
L’ultima femmina era stata brava a scuola, e le bruciava vedersi avvizzire in un paese di beghine. Ma qualcuno doveva pur occuparsi del padre, prosciugato dalla vedovanza e in balia della debolezza di un carattere che si era sempre nascosto dietro le fiere sottane della moglie.
A Gualtiero, il minore, l’unico maschio, nessuno chiese nulla. Dapprima perché era un bambino, e in seguito per orgoglio, poiché se a lui non passava neanche per la testa di prendere in mano le redini della famiglia e sostituirsi al padre inutile, non erano certo le sorelle maggiori e tutte donne a volersi umiliare nello spronare a farlo. Ciascuna di loro aveva le doti per essere una matriarca, ereditate dalla madre, ma di lei non avevano la purezza d’animo, e per tutta la vita coltivarono segretamente il rancore per l’ingiustizia che gliela aveva tolta quando ancora c’era bisogno di lei.
Così Gualtiero, col suo viso paffuto da marmocchio ben nutrito e un corpo che andava facendosi piacevolmente robusto, terminò di crescere e si fece uomo sempre ignorando il senso della responsabilità, anche quando lavorò prima come meccanico, poi come camionista, e perfino quando sposò quella ragazzetta semplice e vivace di Fratta con cui ebbe un matrimonio breve e tre figlioletti biondini dei quali entrambi non sapevano bene che fare.
Il padre non si accorse nemmeno di essere diventato nonno, come non si era reso conto di avere perduto per sempre tre delle figlie e di aver ridotto in schiavitù l’ultima rimasta. Morì di nulla, come se il nulla in cui aveva vegetato dopo la perdita della moglie lo avesse definitivamente inglobato. E al funerale vennero solo poche donne di pietà perché in paese lo avevano dato per morto molti anni prima.
Solo allora se ne andò anche Ernestina, ma non troppo lontano perché per lei era ormai tardi. Rilevò un negozietto all’angolo della piazza, con camera e cucina al piano di sopra, e vi vendeva fili, bottoni, colletti e scampoli di stoffa. Gualtiero era tornato col suo fagotto di fallimenti, e nella vecchia casa conduceva una vita da rinnegato, barricandosi tra le rovine di famiglia fino a diventare egli stesso un topo di legnaia.
L’hanno poi trovato impiccato nella rimessa, con un cane afflitto che rosicchiava una scarpa poco più in là. Dicono che ormai beveva troppo e troppo male per tenersi un lavoro, qualunque lavoro. Altri pensano che sia stato per il dolore di non poter più vedere i suoi figli dopo la diffida del tribunale. O entrambe le cose. Anche in lui doveva aver albergato il germe negativo di suo padre, quella stessa vocazione all’inettitudine e alla mediocrità.

Entro in casa varcando il cancello che non c’è più. Era stato il loro orgoglio in un paese dove non esistevano staccionate e recinzioni, e dove si accedeva alle aie delle grandi case coloniche attraverso porticine ritagliate nei vasti portoni carrai. In mezzo alla ghiaia del cortile, secchi e tinozze di plastica sfondati, copertoni lisi di camion, rottami di ferro. Le tapparelle, altro orgoglio quando tutte le altre finestre del paese erano ancora riparate da imposte di legno scrostato, pendono a metà, sbilenche e scardinate. Quelle che sembrano tende di velo antico dietro i vetri sono ricami complessi e sovrapposti di ragnatele. Nelle camere in penombra, le reti metalliche dei letti arrugginiscono, e ovunque immondizia, bottiglie, lattine, pile di giornali, stracci, imbottiture sfondate, muffe e sudiciume sui muri, i segni di un falò in mezzo al pavimento del salotto. Per di qua è passata la disperazione, e non ha trovato ostacoli. Come il nubifragio che aveva divelto il pollaio e sterminato l’orto, quando la terra sulla tomba della madre era ancora fresca.

Ernestina forse mi aspettava, si è vestita in un certo modo, goffamente distinto, che me lo fa supporre. I celebri riccioli di famiglia, con quel loro inconfondibile colore di miele scuro, si sono però trasformati in un mazzo di pannocchie riarse, e poi quegli occhiali, mio Dio, quelle lenti grandi e pesantemente ambrate, dietro le quali lo sguardo sembra al tempo stesso sfuggente e maligno. Appoggia le mani a pugno sul vetro rigato del banco in un atteggiamento aggressivo, e alle sue spalle gli scaffali sguarniti espongono la miseria dell’abbandono. In vetrina ho visto qualche bavaglino e dei gomitoli di lana, ma soprattutto uno strato di polvere e falene seccate.
“Sei venuta a vedere come ci siamo ridotti? – mi apostrofa, avvelenata – Guarda, guarda pure, guarda tutto finché puoi, che io ormai non ci vedo quasi più”.
E con una mano fa un gesto rabbioso verso gli occhiali giallastri, indicandomi così l’ultima malasorte con una specie di disgraziata fierezza.
“La casa la vendiamo, sì. Se solo qualcuno la volesse, perché per ora nessuno si è fatto avanti. Forse dovremmo buttarla giù e farla finita, così magari almeno la terra farebbe gola a qualcuno”.
Mi butta là frasi così, dure, risposte a domande che si aspettava da me ma che io non le faccio. In negozio non entra nessuno, mentre mi riassume gli anni dello sfacelo come se sputasse fuori rospi, o peccati vergognosi.
“Dodici anni che non ci parlavamo. Del resto lui non parlava con nessuno. Con i cani, forse. I cani! In quella casa non c’era né telefono né acqua calda, però lui  si teneva i cani, e scommetto che mangiavano meglio di lui. Adesso se li sono portati via, è venuto uno del Comune a prenderli”.
Mi dice anche:
“Voi non potete capire. Voi di città. Cosa ne sapete voi?”
“Questo non puoi dirlo. Siamo di famiglia, Ernestina, siamo addolorati anche noi, davvero”.
E vorrei aggiungere che neanche io ho avuto una vita facile, ma sarebbe vigliacco, così mi tengo dentro tutta questa desolazione, la sua e la mia.
“Compratela voi, la casa. Comprala tu. Perché non la compri? Vale poco, puoi permettertela di sicuro – attacca Ernestina, ed è una sfida.
Ma poi fa un gesto di disgusto:
“No no, a  voi di città non la venderemmo mai. Piuttosto la buttiamo giù e morta là. Tanto io presto me ne vado, ho fatto domanda all’Istituto per i Ciechi, tra poco non potrò più arrangiarmi da sola”.
L’ultima cosa che mi dice prima che esca ha tuttavia qualcosa di conciliante:
“Che vuoi farci, è andata così”.

Fuori, in piazza, una coppia di turisti fotografa la meridiana sulla pieve, mentre i vecchi già giocano a carte ai tavolini del bar sotto i portici e l’ombra del tramonto taglia in due la facciata del Municipio.
La mia macchina è posteggiata lì sotto. Devo solo recidere alcune radici e poi infilarmi in autostrada con Glenn Gould in sottofondo.