Affresco

Non ho mai mentito sulla mia età, anzi ne vado fiera. Perché non conosco nessun altro che possa vantare una vita varia e longeva come la mia.
Sono nata a Venezia nel 1735, lo stesso giorno dell’incoronazione di Alvise Pisani a Doge. Mio padre era tipografo, aveva una stamperia in Barbarìa dele Tole, vicino a Campo Ss. Giovanni e Paolo; era molto apprezzato in città, e fra i suoi clienti vi erano diversi artisti, che gli portavano a bottega poesie, libretti d’opera e spartiti musicali. Noi la sera, a casa, facevamo musica prima di cena, soprattutto d’inverno quando fuori la notte e le nebbie ingoiavano il canale della fondamenta Brian. Mi accadde di conoscere di striscio Antonio Vivaldi, che doveva dei soldi a mio padre ma era stretto di manica come di petto e tirava sempre sul prezzo. Giacomo Casanova lo conobbi l’inverno in cui gelò la laguna e tutti andammo a vedere dalla riva i buontemponi che ci pattinavano sopra. Ero al tempo bella come tutte le veneziane del settecento, e non nascondo di aver ricevuto da lui delle avances piuttosto pressanti, che però respinsi con fermezza perché mi ero segretamente innamorata di Giambattista Tiepolo, allora cinquantenne, per averlo visto lavorare all’Incoronazione di Maria Immacolata sulla volta della navata della chiesa della Pietà.
Andavamo anche a teatro, per lo più di carnevale (ma ricordiamoci a Venezia, nel settecento, il carnevale andava da ottobre a primavera inoltrata), e fu così che conoscemmo Carlo Goldoni. Fu ospite ai nostri salotti musicali almeno due o tre volte, ma la musica lo annoiava un po’ e preferiva fare quattro chiacchiere davanti a un bricco di cioccolata fumante. Prima di lasciare Venezia per Parigi, passò a salutarci e promise di tornare entro un paio d’anni; invece sappiamo come è andata, che lui a Venezia non ci tornò più.
Una primavera mi incantai, con tutta la città, ammirando l’ascesa di un pallone aerostatico nel cielo sopra piazza San Marco; era l’aprile del 1784, e l’ammiraglio Angelo Emo aveva cominciato le sue azioni militari contro i pirati barbareschi. In città arrivavano, e suscitavano tripudio, le notizie dei suoi bombardamenti contro i porti di Tunisi e Biserta.
Vidi Goethe estatico su una gondola mentre si riempiva gli occhi di immagini che in patria non avrebbe mai dimenticato. Tornai a vedere la laguna gelata durante il carnevale del 1788, e pochi anni dopo ci capitò di passare la notte di Natale in cima alle scale per salvarci da un’eccezionale acqua alta. Ma ci attendevano prove ben peggiori. Dovetti udire i cannoneggiamenti del porto del Lido contro una nave napoleonica che veniva a prendere prigioniera la città, e in capo a poche settimane cademmo in mano francese. Quei ladri. Ci derubavano dei nostri tesori più sacri con la più empia arroganza. Poi vendettero anche noi, tutti noi, agli odiati austriaci, che oltre al resto fecero la loro parte di razzie. Giacomo Casanova era lontano, vecchio e piegato; seppi solo dopo mesi che era morto oscuramente in Boemia.
Gli austriaci rimasero un bel pezzo. Non che ci trattassero male, anzi erano innamorati di noi e di Venezia, non avendo, a casa loro, niente di così bello. Tuttavia erano stranieri, e noi non abbiamo mai sopportato padroni: nemmeno i nostri dogi lo sono mai stati, erano anzi uomini come noi al servizio del popolo e del Maggior Consiglio. Fastosi ornamenti ma senza potere. Siamo stati sempre, e sottolineo sempre, una Repubblica, e per di più laica, sganciata dalla Chiesa e spesso, perciò, in odore di eresia.
Ecco perché c’ero anche io, in Piazza, nei giorni della liberazione di Manin e Tommaseo e della proclamazione della Repubblica Veneta Democratica (e non leghista), in mezzo alla folla esultante e piena di orgogliose speranze. E per il motivo opposto, l’umiliazione e lo sconforto, scesi in calle ad assistere alla caduta dell’anno successivo, tra la fame e il colera che ci assediavano peggio degli austriaci e che ci sconfissero vigliaccamente. Ma c’ero, e commossa, anche il giorno in cui le ceneri di Manin, morto esule a Parigi, tornarono a Venezia dopo l’unificazione al Regno d’Italia, che alla fin fine non si rivelò poi tanto migliore dell’impero astro-ungarico, va detto.
Nel 1902 accorsi affranta a contemplare le macerie del crollo del campanile di San Marco. Con gli altri giurai a me stessa e alla città e all’intero mondo che sarebbe rinato com’era e dov’era, e così fu.
Gli austriaci, poi, non se l’erano messa via del tutto. Tornarono a desiderarci e portarono nuovi cannoni fino al Piave. Una notte ci bombardarono per otto ore di fila, che io passai in cantina tra odor di salmastro e spolverio di calcinacci ma nessuna preghiera nel cuore, a nessun Dio, tutt’al più a San Marco e al suo Leone.
Dopo la guerra, la Grande Guerra, credetti di incontrare D’Annunzio un pomeriggio lungo le Zattere. Aveva i suoi stessi baffi, il suo stesso charme, il suo stesso naso altezzoso e una bella donna sognante appesa al braccio. C’era un sacco di bella gente, ricca e famosa, che girava per Venezia in quegli anni; scrittori, musicisti, celebri amanti, teste coronate, attrici di teatro. Anche oggi, verrebbe da dire, ma di tutt’altra qualità, molto più modesta; più che altro una mise en scène da dilettanti.
Di guerra ce ne fu un’altra, come si sa. Di notte si vedevano i traccianti sopra il cielo nero della terraferma, e si udivano gli schianti delle bombe su Treviso. Noi, ci risparmiavano, perché volevano la città intatta come trofeo. Ma si presero comunque qualche martire, come i sette i cui cadaveri restarono legati per giorni ai lampioni sulla Riva che poi avrebbe preso il loro nome; io li vidi mentre li fucilavano per motivi futili, vi fui portata a viva forza con gli abitanti della zona per assistere a uno dei fin troppi atti esecrabili di rappresaglia. Ora a quella riva attraccano navi da crociera, e ne sbarcano i discendenti di quello straniero e di molti altri; poi scusate se qualche ristoratore o qualche gondoliere gli rifila conti da capogiro. E scusate anche se, quando ogni anno quegli scalmanati della lega vengono a piantare lì le loro tende, sono io quella donna che si affaccia alla finestra e espone il tricolore. Non perché mi senta particolarmente italiana, in quanto veneziana non ne ho bisogno; ma perché di invasori invasati e barbari di campagna ne abbiamo già avuti abbastanza, ora poi che stiamo combattendo all’ultimo sangue contro i cinesi.

Ultimamente incontro spesso il sindaco Orsoni in vaporetto. Come stiamo, sindaco? gli chiedo. Come va la guerra contro i cinesi? Mah, risponde lui col suo sorriso placido da piccolo orefice vagamente pronipote di Dogi e Capitani del Mare. Poi mi offre uno spritz, mentre da San Marco arriva e si scioglie sopra i tetti il mezzogiorno largo, solenne e inconfondibile della Marangona.

Il Mago e l’Ingegnere

Non ci sono più i calzolai di una volta, quelli neri neri infrattati in antri neri neri zeppi di scarpe accatastate come rifiuti. Quelli con un grembiulaccio nero nero che pareva incatramato, uno sgabellino zoppo per sedersi, un deschetto fra le ginocchia, una scarpa (apparentemente sempre la stessa e comunque mai la tua) infilata sul supporto, gli arnesi sparsi intorno e soprattutto cera untuosa ovunque, vischiosa, densa, nera nera anche lei, miracolosa, col suo odore penetrante che graziaddio neutralizzava la puzza inevitabile. Antri neri neri senza finestra, solo la porticina sgangherata per entrare, tenuta aperta d’estate ma ben chiusa d’inverno perché dentro c’era al massimo una stufetta. E sempre una radiolina a transistor che andava in sordina, musichette tipo liscio da balera, magari intervallate da dediche ingenue per compleanni o nozze d’oro. Tu portavi le tue scarpe a risuolare e quando ti affacciavi a quel buchetto nero nero e odoroso, dove non ci si poteva neanche muovere e lui, il calzolaio, neanche si alzava per prendere le cose perché gli bastava allungare un braccio e arrivava dappertutto; quando ti ci affacciavi era come tornare indietro di cent’anni, ai tempi in cui immaginavi i tuoi nonni giovani, in cui ci si scaldava con la stufa e ci si faceva luce con le lampade a petrolio, e tutti erano più poveri e semplici e portavano lo stesso paio di scarpe per anni e anni finché proprio non si potevano più riparare. E ti pare di entrare in un altro mondo senza la televisione, senza internet, senza il traffico e la musica da discoteca, perché lì dentro si suona solo il liscio di Casadei e del mondo si vede ciò che raccontano le scarpe e poco altro (raccontano molto, in verità, basta rifletterci un attimo; ma non ora).
E poi c’era la solita pantomima: “Per quando me le fa?”
Lui non ti dava mai una risposta precisa. Prendeva le scarpe, le girava, le studiava arrivando anche a slabbrare di proposito la bocca della scollatura, a squartare ciò che restava del tacco da rifare, a slargare con un ditaccio nero nero il buco sulla suola per valutare l’entità del danno; poi con indifferenza le lanciava sul mucchio di scarpe in attesa e tornava a occuparsi della scarpa sul desco, incurante della tua domanda e anche di prendere nota del tuo nome, cosicché ogni volta te ne andavi senza un risposta e col fondato timore che le tue scarpe potessero essere consegnate a qualcun altro.
Poi cominciava il tira e molla. Tornavi almeno una volta la settimana a sentire se erano pronte, e non lo erano mai. “Provi a tornare la settimana prossima – ti bofonchiava ostile, senza neanche guardarti perché stava ancora accudendo alla stessa scarpa della prima volta. Così per mesi. E non ascoltava solleciti né minacce. Solo il giorno che raccoglievi tutta la tua esasperazione e andavi apposta per farti restituire le scarpe e portarle da qualcun altro, ecco allora potevi star sicuro che quello era il giorno giusto, le tue scarpe erano pronte, rinate, con rattoppi invisibili, la suola rinforzata, i tacchi sanissimi, i buchi calafatati e l’aspetto lucido e impeccabile come le calzature del principe di Galles, il tutto per quattro lire e un’incazzatura che tutto sommato ti passava subito, perché il Mago aveva fatto il suo incantesimo. 

Oggi pomeriggio ho dovuto prendere la macchina e raggiungere un centro commerciale per trovare un calzolaio. Uno di quelli moderni. Ha una postazione asettica, ampia e luminosissima di fronte alla libreria; sul bancone ci sono in mostra modelli di chiavi (fa anche quelle), cinture, targhette di metallo con incisioni personalizzate, prodotti per la cura delle scarpe, un bel computer e ovviamente il bancomat. Tutto pulito e in ordine, a cominciare dal calzolaio che ha l’aspetto di un tecnico specializzato, col suo camice immacolato, gli occhiali da ingegnere e le mani curatissime. Per 8 euro, e in soli venti minuti (durante i quali ho visitato la libreria e sono riuscita senza il minimo sforzo a non comprare nessun best-seller) mi ha rifatto la suola alle ballerine color antracite, quelle che mi piacciono tanto perché sono morbide e silenziose come pantofole, e poi il grigio sta con tutto.
Mentre me ne tornavo a casa sentendomi miracolata, non ho potuto fare a meno di pensare, per un attimo, che tutta questa efficienza, in fondo, ha ucciso la suspense.

Chi mi ha visto?

Mi sono persa.
E l’ho fatto così bene da insinuare forti dubbi perfino sul fatto che sia mai veramente esistita.
È ridicolo portare delle prove, possono essere tutte confutate facilmente. Già il solo fatto che io sia nata è riportato solamente su un pezzo di carta che si riferisce a un luogo che non esiste più. Se andate a cercare lì delle tracce, non troverete una casa di cura sul Canal Grande ma un condominio ristrutturato e diviso in appartamentini con affaccio sulla Ca’ d’oro. E i testimoni oculari dell’evento sono comunque morti tutti e non possono più parlare.
Il primo indirizzo conosciuto porta anche quello a una casa non più esistente. Qualcuno ricorda perfino le note esatte su cui cigolava il vecchio cancello, e giurerebbe sul numero di gradini che portavano all’ultimo piano, o saprebbe descrivere l’odore di arance e laguna che abitava i corridoi, ma la casa è stata abbattuta e quindi sono parole al vento anche queste.
Il vento è stato visto, dicono, ingaggiare con me una sfida di resistenza in fondo a un molo in certi giorni di inverno spietato e pulito che costringevano le coppie di innamorati ad aggrapparsi ai lampioni per baciarsi. Un paio di ragazzi di allora, ora uomini grigi e distratti, potrebbero vagamente ammettere di essere stati presenti, in tempi diversi ovviamente, ma tacciono per discrezione o forse per dimenticanza.
Scarsamente attendibile è la segnalazione di chi mi avrebbe vista con dei fiori bianchi in mano sul sagrato di una chiesetta romanica. Non credo in Dio né nel matrimonio, dunque come potevo essere io?
Fantasioso alimentare la leggenda che mi vede eroina fra i sofferenti. A chi non piacerebbe fare il medico come nei telefilm, salvare le vite, sconfiggere il cancro? Ma non esistono prove che lo abbia fatto anche io, non esiste ospedale in cui il mio nome compaia nell’organigramma, o paziente in grado di documentare un miracolo compiuto da me.
I più sentimentali si ricorderebbero di me nel cortile di una scuola con due bambine speciali, speciali perché così diverse, una bianca e una nera. Ma se gli chiedi di rintracciarle, non sanno più cosa dire. Trovatele, quelle due bambine, e magari nei paraggi troverete anche me.
E c’è chi è sicurissimo di conoscere il mio indirizzo attuale, e vi porta fin sul cancello, vi mostra trionfante il giardino: “Vedete, le sue rose! Vedete, i suoi gatti! È qui che abita, la vedo sempre con la tazzina del caffè alle sei di mattina”. Ma il giardino è incolto, le rose piene di afidi, i gatti poi lo sanno tutti che si arrangiano da soli. E guardate bene: il nome sul campanello è illeggibile, il sole lo ha stinto tanto tempo fa. E poi sarebbe davvero paradossale che, dopo essere nata di fronte alla Ca’ d’oro, ora vivessi in un paesello di campagna così banale e asfittico. Una delle due ipotesi contraddice l’altra, vistosamente.

Vorrei aiutarvi, darvi un indizio, ma non so nemmeno io dove sono finita. Anche le vecchie foto in bianco e nero mentono. Come quella lassù in alto, quella ragazza che legge in sottoveste nel vano di una finestra: ma è lì solo per sostituire un punto interrogativo. Le mie poesie che qualcuno avrebbe letto sono una fola: le ho bruciate tutte, e quelle che dovessero essermi sfuggite le rinnego ora, in blocco, per sicurezza.
Forse l’ultimo posto dove cercarmi è sotto una barca capovolta su una spiaggia, ma se davvero fossi là farei di tutto per non farmi trovare.
Chi mi ha visto, non ero io.

Era bello, eravamo belli

Beati noi che abbiamo avuto questa canzone come colonna sonora di un amore breve, intenso e insoluto come succede a quell’età. Studiavamo insieme un esame grosso ma non era per la paura che ci venivano le extrasistoli. Ci venivano perché sapevamo cosa ci era successo e non potevamo, oh no, dircelo. Quando ce lo siamo detto, la realtà è precipitata in mezzo a noi due, ai nostri libri, alle nostre tazze di caffè, e non c’era spazio abbastanza, né ossigeno. Così è morta di asfissia, e un po’ asfittici siamo rimasti anche noi, ma non per molto, come succede a quell’età.

All’esame presi un buon voto, non ricordo quale. E anche tu.
Tu che poi sei diventato cardiochirurgo, mentre io, beh, lo vedi.

Mentre mi mantro un mantra

Il giorno in cui, fresca di laurea, ho timbrato il mio primo cartellino, ho ricevuto anche un dono, del cui valore mi sarei capacitata solo più avanti. Indossavo un camice nuovo, il fonendoscopio era il mio ottimo Littmann dalla membrana sensibilissima, e lo tenevo – come l’ho sempre tenuto – in tasca, non a scialle sul collo come si sono inventati di fare, scomodissimamente, gli americani. In tasca anche il martelletto e un laccio emostatico; nel taschino una biro omaggio di casa farmaceutica. In testa, esaltazione e panico. Qualcosa di simile a “chi me lo ha fatto fare” oppure “Domine non sum digna”.
In quell’ospedale di campagna, eppure o proprio per questo d’eccellenza, la lingua ufficiale era il dialetto. Lo parlavano tutti, tranne il primario che non era di quelle parti e io che non sono abituata a farlo. Così fu in dialetto che mi venne rivolta forse la più solida e illuminante frase-chiave della mia vita, a opera di un collega giovane, un ragazzotto bonario, dinamico e preparatissimo, il quale mi precedette nella prima delle stanze a me assegnate e me ne consegnò la giurisdizione con un largo gesto sorridente e queste parole incoraggianti: Ciapa in man la situassion.
Come dire: “mettiti al lavoro e fai vedere chi sei”, più che “da oggi questi son cazzi tuoi”. Un’investitura, ma più pacca che spada, sulla spalla.
Strano che mi ci sia voluto del tempo per rendermi conto che quella formula non mi era nuova, perché era esattamente la formula programmatica di tutta la mia vita. Quel giorno, semplicemente, l’ho sentita pronunciare ad alta voce in un momento topico. E ha funzionato. Ha funzionato nella professione, soprattutto nelle ore di guardia in cui l’emergenza richiede decisioni rapide e non concertate con altri che ne sanno più di te. Funziona comunque ogni santo giorno, di fronte a decisioni anche spicciole della routine. Funziona come mantra della mattina, quando scendo in cucina alle sei e rotti e mi guardo intorno e mi chiedo da dove devo cominciare a reinventare me stessa. È la coscienza delle responsabilità che si sveglia prima di me e mi butta giù dal letto quando è ancora buio, per indossare l’armatura e montare a cavallo. Mi armo e parto. E non delego, ma prendo in mano la situassion. 

Il mantra della sera, quello che concilia il sonno ai giusti, suona come l’appagato (a volte rassegnato) epilogo di una giornata vissuta nel segno di quella formula esortativa: Anche questa è fatta.
Come sto bene quando posso dirlo a me stessa in tutta sincerità! Quando posso voltarmi indietro e constatare che, seppure annaspando o brontolando, anche per oggi ho pulito, cucinato, ascoltato, rabberciato qualche problema, messo del mio, fatto il possibile, il massimo o tutto del poco che so fare. Pur se resta sempre qualcosa, o tanto, in sospeso; pur se a troppi guasti ho potuto mettere solo un cerotto; pur se al posto delle macerie spazzate oggi ne troverò sempre di nuove domani; pur se domani sarà probabilmente (su base statistica) scontato e irrisolvibile esattamente come oggi. Ma ci saranno comunque altre ventiquattro ore nuove di zecca per riprovarci a far succedere le cose giuste: così pensa chi non vuole arrendersi al pessimismo, perché il pessimismo è un facile alibi per non fare niente, non provarci neanche, e in fondo per essere lugubremente soddisfatti quando si perde, perché almeno non si saranno sbagliate le previsioni.
Invece a me piace sfidarle, le Cassandre, guarda un po’.
E mi piace andare a letto la sera stanca per aver tentato di scalare a mani nude la Montagna del Fato, saltando crepacci e scansando slavine, perché mi hanno detto che da lassù in cima si vede il mare. 

La fotografia è di Robert Doisneau e mi ritrae all’alba mentre esco a conquistare il mondo.

Ci vorrebbe un amico

Aveva ragione SpeakerMuto: ho fatto bene a riprendere Americana, di Don DeLillo. Degli ultimi quattro libri che ho letto, ben tre erano di donne, fatto piuttosto insolito per me, ma ne è valsa la pena perché alla fine non mi sono dispiaciuti. Quello che mi ha colpita di più è stato L’infinito nel palmo della mano  di Gioconda Belli; casomai ne scrivo qualcosa un’altra volta, o forse anche no.
Ma dopo Egan, Brookner e Belli avevo voglia di ritornare al mio genere preferito: il postmoderno, quello duro e ruvido ma struggente di Wallace e dei suoi predecessori, come Barth e questo grande DeLillo che da due sere mi sta confortando, e anche abbastanza tormentando (le relazioni vive implicano pure questi due aspetti antitetici, no?).
Lo sento, lo vedo, sono lì, riconosco tutto come chi riconosca, al tatto e dall’odore, la trama del suo cappotto più liso e avvolgente. E questo benché io non abbia mai visto New York, non sia mai stata una donna in carriera, non abbia mai subito il fascino del successo e della visibilità (sono tutte cose scomodissime). È una di quelle storie intellettuali che mi stimolano, mi gratificano, mi commuovono con la rivelazione di una sorprendente empatia: questa parla di alienazione e vanità, mette a nudo con spietata eleganza l’immaturità e la miopia di una società vittima dell’immagine.
Non dico altro. Lascio parlare lui, un pezzetto abbastanza a caso perché il linguaggio e l’incanto è tutto di questo tono, classe e suggestione.

Decisi di andare a piedi. Faceva freddo, e il vento soffiava dagli angoli di strada portando odore di neve e vaghi sentori di sempreverde dalle bancarelle degli alberi di Natale. Nella Terza Avenue, gli autobus sfrecciavano via in branco, illuminati a festa come sale operatorie, con ciascun finestrino che conteneva più teste moribonde. Qualche metro più avanti a me c’era un uomo con una radiolina. Attraversò la strada stringendosela all’orecchio, senza prestare la minima attenzione al traffico. Gli tenni dietro per cinque isolati, e lui non abbassò la radio neppure una volta. Lo affiancai. Ascoltava le previsioni del tempo mormorando fra sé, o forse dialogava con la radio. Era molto più giovane di quanto immaginassi, un ragazzino sui quindici anni, tondo e chiazzato, con uno sguardo enigmatico offuscato dalla ciccia infantile, e aveva quell’aspetto da lieve ritardo mentale tipico del genio in erba: la stessa astuzia rapace e grifagna dei collezionisti metropolitani di stracci e bottiglie vuote, grandi campioni evolutivi dell’arte della sopravvivenza. Il ragazzo mi guardò.
«Il bollettino della neve» disse.
Non mi era mai piaciuto avvicinarmi troppo a gente del
genere. Attraversai la Terza Avenue in fretta. Avevo percorso meno di un isolato che lo sentii gridarmi dietro qualcosa. Era fermo dall’altra parte della strada, vicino a un lampione, con le mani a imbuto sulla bocca a chiamarmi e la radio sotto l’ascella, la sagoma corpulenta che scompariva e riappariva tra le macchine e gli autobus che sfrecciavano fra noi, come una successione di diapositive.
«Arriva!» urlò. «L’hanno appena annunciato. Scenderà da un momento all’altro. Otto centimetri entro mezzanotte. Bisogna lasciar libere le corsie di emergenza. Il sindaco consiglia di non usare l’automobile se non in caso di necessità. Da un momento all’altro. Otto-dieci centimetri. La neve! La neve! La neve!»

La prassi dello scaricabarile nell’educazione dei figli

I bambini.
Oddio, non sono una che stravede per i bambini, non per quelli degli altri, almeno. Ciascuno straveda per i suoi, voglio dire,  e io trovo un po’ forzate certe manifestazioni di commozione e viscerale amore indiscriminati, soprattutto se rivolte ai bambini pasciuti e maleducati che rappresentano la maggioranza di quelli che allignano oggi. Se mi dite i bambini poveri, maltrattati, affamati, sfruttati o orfani, è un altro discorso; benché anche per loro non sia il caso di stravedere a parole e lacrime quanto di agire in concreto, e io nel mio piccolo l’ho fatto e lo faccio, in base alla profonda convinzione che i figli di nessuno siano, al contrario, figli di tutti.
Ma perché sto parlando di bambini? Ah sì, perché la premessa è che davanti a loro non sono il tipo di donna che si sdilinquisce di default. Sono piuttosto il tipo di donna che li considera altrettante persone, da capire e rispettare come gli adulti seppure mutatis mutandis. E naturalmente da guidare: con fermezza e saggezza, ma senza agitare spettri di uomini neri o di orchi mangiabambini.
I bambini li vedo in biblioteca. Ne vengono tanti ogni giorno, dagli zero ai 13 anni; dopo li colloco nella categoria ragazzi, che meriterebbe considerazioni a parte solo che mi viene il nervoso solo a pensarci. Già, sui 13 anni comincio a non sopportarli proprio, diventano dei marziani, dei trogloditi anzi. Forse perché a quell’età si imbozzolano e stanno lì dentro a maturare per uscirne farfalle verso i 18. E da lì si può ricominciare a ragionarci. Anche se.
In biblioteca, a seconda dell’età, vengono soli o accompagnati. E io è di quelli accompagnati che volevo parlare. Perché non sono loro, ma le mamme. Che i bambini giochino, corrano, facciano casino, tirino fuori i libri e li sparpaglino per terra, li calpestino, li colorino con i pennarelli, stacchino le pagine o ci rovescino sopra la cocacola, vabbè non è un bel vedere però uno dice “sono bambini, non sanno quello che fanno”. Ma io dico anche “sono bambini, non sanno quello che fanno però hanno ben una mamma che dovrebbe saperlo lei”. E invece col cavolo. I piccoli vandali saccheggiano e le madri se ne stanno al cellulare. Questo, fanno, le madri. Se poi la gazzarra raggiunge limiti estremi e accidentalmente disturba anche le loro telefonate, il massimo che fanno è – dopo qualche blando avvertimento – coinvolgere ME ricordando ai frutti dei LORO lombi che “la signora si arrabbia e ci manda via”.
Io mi arrabbio?? Io li mando via?? Ma come vi permettete? Certo che mi verrebbe voglia di spezzargli le braccine o di fare viola il loro paffuto culetto, ma non si illudano che lo farò al loro posto, passando oltretutto per la strega che non sono e rischiando di dissuadere i nostri più piccoli utenti dalla frequentazione della biblioteca. Quello è il tipo di madre cieca e sorda che non ha voglia di scomodarsi, il tipo di madre che non ha le palle per rimproverare, il tipo di madre che non si espone di persona e piuttosto raccomanda ai figli di non fare capricci perché sennò Gesù bambino piange o la bibliotecaria (che ovviamente è meno paziente di Gesù bambino) si arrabbia. Il tipo di madre, probabilmente, che per convincerli a mangiare gli spinaci li minaccia nascondendosi dietro l’Uomo Nero, e che quando obbediscono gli dà lo zuccherino e li porta alle giostre. Educazione per delega o per ricatto. Le nuove frontiere del rapporto genitori/figli. E con questo no, non sto invocando le sberle e gli sculaccioni di un tempo, ma solo quella doverosa fermezza che costituisce la base di un imprinting convincente e ragionato.
Ho appena ammesso, con la massima onestà e trasparenza, di non avere una particolare attitudine a essere paziente con i bambini, ma giuro che ne ho poca o nessuna a spaventarli passando da castigamatti, e ancor meno che ho a togliere le castagne dal fuoco a madri scarsamente idonee. Io non mi presto, e non tanto perché esula dal mio mansionario ma proprio per principio.
Ci pensino loro. Una volta passi, la seconda è già cartellino giallo, alla terza non si appellino a me, ma prendano su armi, bagagli e bambini e li portino fuori, al campetto, a giocare all’aria aperta e a fare quel cazzo che gli pare, alla larga dai nostri poveri libri. Col piffero che ve li educo io, i vostri piccoli mostri.

Mai contenta

La domenica pomeriggio, che uno dice  me la tengo libera così ci faccio solo le mie cose, oppure dormo, mi stravacco, leggo a oltranza, macché invece riesco sempre a mandarla in bianco e a contare le ore perché arrivi un sano lunedì.
C’è qualcosa di morboso nel poter oziare la domenica pomeriggio. Mi pento di aver già finito le lavatrici e stirato tutto. Mi merito un’oretta di pisolo ma quando mi sveglio ne esco rincoglionita e con la sensazione colpevole di aver buttato il tempo senza recuperare un minimo di carica.
Guardo la posta: il deserto. I blog per lo più osservano il riposo domenicale. Twitter non fornisce abbastanza riempitivi a una che odia contare i caratteri. La tele percarità (infatti era accesa quando mi sono addormentata). C’è stato anche un gran premio di formulauno. L’ideale per dormirci sopra.
Oggi pomeriggio qua al paesello deve esserci stato un evento grandioso, a giudicare dall’affluenza di macchine nel piazzale della chiesa e aree limitrofe. Facile che sia stata la cresima, per come è in tiro la gente che sta uscendo adesso. Non sono informata, mi interessa solo che facendo manovra non mi tirino sotto qualche gatto.
Altro non è successo. Qua al paesello se non è una cresima è un funerale, poi basta. Il massimo della suspense è quando succede qualcosa sulla provinciale e si vedono i tir e le auto in fila a passo d’uomo per un po’, poi arrivano le sirene e, al caso, l’elicottero. La speranza di vedere laghi di sangue sull’asfalto attira in strada tutti i paesani. Poi chiedetemi come mai in tanti anni non ho socializzato con nessuno.
Lo so che da domani ricomincerò a fare programmi esaltanti per il prossimo week end. Dormirò, non cucinerò, avrò tutto il tempo per riprendere la mia traduzione o preparare quella serata monografica su D.F.Wallace, o anche per ridisegnarmi con calma le sopracciglia. Tornerò la sera dalla biblioteca di corsa, preparerò la cena di corsa, non vedrò l’ora di chiudere la giornata a letto con un libro sul quale mi addormenterò sognando la domenica. Poi la domenica arriva e io sono la solita sprecona e la cambierei volentieri in un giorno feriale qualunque in cui non sento mai il bisogno di fustigarmi per non aver fatto un granché. Nemmeno strapparmi le sopracciglia.
Ho trovato. Vado a lavarmi i capelli, almeno sarò occupata per un quarto d’ora. Anche venti minuti, se me la prendo comoda.

(nella foto: Angelino non ha di questi problemi) 

Hotel du Lac

Il libro che ho presentato ieri sera in biblioteca al pubblico dei circa trenta Lettori Assatanati del Venerdì è dell’inglese Anita Brookner, oggi ottantaquattrenne, una storica e critica dell’arte che ha insegnato a lungo all’università di Cambridge. È però anche una valente scrittrice, più nota nei Paesi anglofoni che in Italia, ed è stata paragonata a nomi del calibro di Henry James, Jane Austen e Virginia Woolf. Con questo romanzo, Hotel du lac, del 1984, ha vinto il massimo premio letterario d’Inghilterra, il Booker Prize, che equivale al nostro Campiello o allo Strega.

L’ho letto per due motivi. Anzitutto mi è stato consigliato da mia sorella (sì, la cito spesso, ma converrete che ha un suo perché), la quale come lettrice è ancora più assatanata di me e poi legge in lingua originale ed è anche una meticolosa conoscitrice di Virginia Woolf, che anche questo ha un suo perché. Il secondo motivo è che il titolo suggerisce una vicenda ambientata in un albergo. L’idea di un albergo mi interessava perché è uno di quei posti, come chessò un condominio, un treno, una sala d’aspetto eccetera, anche solo una banale coda a uno sportello, in cui va e viene un’umanità varia, fatta di sconosciuti di passaggio che magari non hanno motivo di parlarsi ma che portano, ognuno, una propria storia nascosta. Quindi un ambiente che si presta moltissimo per uno studio di caratteri, un ambiente che molti scrittori amano riprodurre perché consente loro di mettere in scena molte storie diverse all’interno di un’unica storia, con un filo conduttore non troppo vincolante, che lascia ampio spazio all’immaginazione e alla riflessione.
La vicenda dunque si svolge in un vecchio e distinto albergo sul lago di Ginevra, dallo stile aristocratico e forse appena appena un po’ decaduto, ma sempre frequentato da persone altolocate in cerca di un soggiorno tranquillo e confortevole. La stagione è l’inizio dell’autunno, quando ormai i villeggianti più giovani e animati sono ripartiti e rimangono solo ospiti di una certa età, ovviamente facoltosi. In questo albergo arriva Edith, scrittrice quasi quarantenne, una figura dimessa, riservata, malinconica, per un soggiorno che potremmo definire coatto: non è una vera vacanza, bensì una specie di esilio temporaneo cui è stata costretta in seguito a uno scandalo di cui è stata al centro, e che verrà rivelato solo intorno alla metà del romanzo. Edith scrive storie romantiche e ha un buon successo; si è scelta uno pseudonimo le cui iniziali sono V, come Virginia, e W, come Woolf. Anche nell’aspetto somiglia alla grande scrittrice, glielo dicono tutti, e questo particolare ha un suo retroscena curioso nella realtà perché la stessa Brookner, come dicevo, è stata paragonata a Virginia Woolf, e devo dire che sono piuttosto d’accordo.
Questa Edith è un’eroina un po’ fuori moda, se vogliamo, di quelle in gonna di tweed e cardigan; una donna che può ormai dirsi quasi una zitella, che non ha avuto molta fortuna con gli uomini, che ha una relazione segreta con un uomo sposato che non lascerà mai sua moglie, che si aspetta dalle amicizie qualcosa di più che parole e gesti convenzionali. Una donna che vive in penombra, abituata più a subire che a essere protagonista. E in questo momento della sua vita si trova, volente o nolente, nella condizione di doversi tenere ancora più in disparte, e di questa quarantena forzata approfitta per tentare di completare il suo ultimo romanzo ma anche di sottoporre ad autocritica la sua esistenza sull’orlo del fallimento.
All’albergo si trova obbligata dalla buona educazione a frequentare gli altri ospiti. I personaggi più importanti e meglio delineati sono tutti femminili, e la loro funzione è principalmente quella di esaltare il confronto con la protagonista perché tutti, in un modo o nell’altro, rappresentano un mondo di ricchezza, superficialità, vanità, camuffate da successo.
C’è una vecchia nobildonna completamente sorda e per nulla socievole, Mme de Bonneuil: una donna anziana, molto piccola, con la faccia simile a quella di un bulldog, e gambe così arcuate che sembrava ondeggiare da una parte e dall’altra nello sforzo di tenersi in piedi.
Un’altra, più giovane, dall’aspetto affascinante, si chiama Monica: una donna alta, di straordinaria magrezza, con la testa stretta e ciondolante di un uccellino. In lei tutto sembrava esagerato: la statura, la lunghezza delle sue straordinarie dita, la voce imperiosa, gli enormi occhi color ostrica dietro le lenti scure degli occhiali.
Ci sono due donne inseparabili, madre e figlia, Iris e Jennifer, che solo da vicino rivelano la loro vera età: quasi ottanta la prima e verso i quaranta la seconda, ma entrambe giocano a fare le sirene, sono belle, ricche, lussuosamente vestite e ingioiellate, sempre al centro dell’attenzione, ostentando la loro familiarità con gli ambienti più raffinati.
All’inizio Edith è in imbarazzo nei confronti di queste donne così diverse da lei, ma poco a poco capisce che ognuna di loro è una maschera. La nobildonna è una vecchia sola, trascurata dal figlio e dalla nuora e isolata dal mondo anche a causa della sua sordità. La bella donna magra che sembra una flessuosa danzatrice nasconde una storia di nevrosi e frustrazioni. Madre e figlia, così incantevoli, sono in realtà due persone arroganti, superficiali e meschine.
Nel cast vi sono anche degli uomini, ma sono delineati meno acutamente e in fondo si somigliano un po’ tutti. L’autrice, e questo secondo me è un suo limite, li ha disegnati secondo lo stereotipo del maschio egoista che non capisce i misteri della sensibilità femminile e che bada prima di tutto alla propria immagine di uomo arrivato e rispettabile.

Il romanzo si basa quasi tutto su questa analisi di caratteri. C’è pochissima azione, a parte l’antefatto dello scandalo che qui non rivelerò per rispetto di chi volesse scoprirlo da solo; viceversa c’è molta atmosfera, ed è questo che me lo ha fatto apprezzare. Ho anche apprezzato il finale, in cui la protagonista sembra aver preso maggiore coscienza di sé e all’ultimo momento riuscirà ad evitare  un altro ennesimo errore.
È una storia in cui l’amore ha il suo peso ma per fortuna non è trattato con eccessivo sentimentalismo, altrimenti non avrei letto fino in fondo. La mano femminile si avverte molto proprio nella capacità analitica e descrittiva e nell’eleganza raffinata dello stile. Un romanzo con un suo fascino, che può fare compagnia senza deprimere, adatto però più a un pubblico femminile.